Capitolo 7
La ragazzina delle erbe
Ryubin - 20 anni alla battaglia
«Kahi’el!» La vocina squillante della piccola Jess la raggiunse, prima che la bambina le si lanciasse contro. «Dove vai?»
Le arruffò i capelli viola. «Vado a cercare delle piante mediche. Tu non metterti nei guai, va bene?»
La bambina mise il broncio e la seguì verso il bosco. «Ma dovevamo allenarci. Lo sai che adesso riesco a dare forma alle ombre? Sono riuscita a fare un pettine questa mattina!»
La guardò e ridacchiò dolcemente: quella bambina era adorabile. Aveva tre anni meno di lei ed era la figlia dei capi villaggio, eppure per lei era la sua adorata sorellina. Era sempre in movimento. Non si fermava mai. Aveva un potere straordinario, forse più grande del suo, eppure lei lo usava per fare i trucchetti di magia e divertire gli altri bambini. Aveva il cuore buono. Entrambi i suoi genitori erano nati senza poteri, ma lei, invece, era nata una leggenda. Letteralmente! Suo nonno le aveva raccontato che la bambina era nata in una notte buia senza stelle e che al suo primo vagito le ombre della stanza erano esplose, inglobando tutto il villaggio. La chiamavano la Regina delle Ombre. Eppure, Jess non ne voleva sapere niente. Gli anziani del villaggio insistevano affinché lei si addestrasse al combattimento, ma la bambina, invece, preferiva passare il suo tempo nel bosco, a curare gli animali feriti e a correre con loro.
L’aveva incontrata proprio lì la prima volta. Lei stava raccogliendo delle erbe medicinali su ordine di suo nonno, mentre la bambina stava chiacchierando con due enormi rapaci, appollaiati sul ramo affianco a lei, e un serpente, arrotolato nel suo grembo, il muso rilassato sulla sua spalla, come in un abbraccio. I suoi poteri spaventavano un po’ tutti nel villaggio, quindi i suoi unici amici erano gli animali. Eppure, quel giorno, Kahi’el non aveva visto un mostro, un demone o una minaccia, ma solo una bambina innocente.
Da quel giorno, Jess non aveva più lasciato il suo fianco. «Ragazze! Aspettatemi!»
E ovviamente c’era anche Edras, un altro bambino emarginato per il suo potere. Lui era figlio del comandante militare del villaggio. La madre… Era morta dandolo alla luce. In realtà era stato Edras a ucciderla. Suo nonno aveva tentato di mantenere il segreto, ma non era servito a nulla. Il villaggio era piccolo e le voci circolavano velocemente. Edras dominava il sangue. Quando era nato, aveva bloccato il flusso sanguigno di sua madre, il cuore era imploso nel tentativo di farlo circolare. Suo nonno le ripeteva sempre che non era stata colpa di Edras. Non ci si poteva aspettare da un neonato il controllo su dei poteri che nemmeno concepiva di avere.
Esattamente com’era accaduto con Jess, al loro primo incontro Kahi’el aveva visto un bambino innocente, odiato da tutti per ciò che aveva fatto… Era stato facile per quel trio formarsi. Erano legati da qualcosa di molto più forte di un semplice legame di sangue. Erano tutti e tre emarginati. La figlia del capo per la sua connessione con l’oscurità della notte. Il figlio del comandante per aver ucciso sua madre con il suo potere. Infine c’era lei, che non aveva genitori ed era stata cresciuta da suo nonno. Non sapeva da dove veniva. Nemmeno suo nonno lo sapeva. Per lei andava bene così. Aveva il suo adorato nonno e i suoi due amici. Loro erano abbastanza.
Edras avvolse le spalle di entrambe. «Dove ve ne andate di bello?»
Kahi’el indicò il bosco con un cenno del capo. «Devo raccogliere delle erbe medicinali.»
«Non è giusto!» Piagnucolò Jess. «Avevi promesso che ci saremmo allenate!» Poi i suoi occhi si illuminarono, poggiandosi su Edras. «Lo sai che… Lo sai che adesso riesco a modellare le ombre? Mi sono fatta un pettine questa mattina!»
Edras le sorrise e la strinse di più a sé. «Fortissimo!»
Edras aveva i capelli di un verde sgargiante, era come guardare un prato di erba fresca in estate. I suoi occhi erano due smeraldi lucenti e intelligenti. Era gentile e di animo buono, nonostante tutto. Suo padre lo detestava. Non passava giorno che non lo incolpasse per la morte di sua moglie. Per questo lo sottoponeva a un addestramento più duro rispetto agli altri giovani del villaggio. Certo, sapeva che grazie a questo Edras era diventato un guerriero di tutto rispetto alla giovane età di dieci anni… Però, a quale costo? Edras era di un anno più grande di lei, ma le uniche persone che osavano avvicinarsi a lui erano Kahi’el e Jess. La bambina stravedeva per lui, forse perché anche lei era costantemente sottoposta ad allenamenti intensivi, che lei tentava in ogni modo di evitare.
I tre arrivarono a un bivio e Kahi’el si fermò. «Devo andare a cercare quelle piante. Ci vediamo più tardi.»
«Ma l’allenamento…»
Edras ebbe pietà di lei, perché si prese la bambina sulle spalle, girando su sé stesso e facendola ridere. «Dai, mi alleno io con te, Kahi’el ha da fare con suo nonno.»
Jess mise su il broncio, ma alla fine annuì. «E va bene, ma solo perché ci sei tu, Edras.»
Kahi’el ringraziò l’amico con uno sguardo, poi salutò i due e si inerpicò verso la vetta della montagna. Le erbe che voleva suo nonno non crescevano nel fitto della foresta, ma dove la concentrazione di sali minerali era più alta. Edras, probabilmente, sarebbe riuscito a seguirla, ma Jess era ancora troppo piccola e si stancava in fretta rispetto a loro.
Dopo due ore di camminata, arrivò nel punto che le aveva indicato il nonno. Tirò fuori il suo taccuino, dove aveva tutti gli appunti e i disegni delle piante che le servivano, e si mise d’impegno a cercare. Il terreno, fortunatamente, era stabile in quella stagione. In inverno era praticamente impossibile salire fin dove era arrivata. La neve e il ghiaccio rendevano la parete impossibile da scalare. Suo nonno lo sapeva e la mandava sempre a fare scorta di tutte le erbe necessarie durante la stagione calda.
Notò una radice particolare e si accucciò per osservarla meglio: non l’aveva mai vista. Tirò fuori il suo taccuino e sfogliò le pagine, senza però trovare alcun riscontro. Che si trattasse di una nuova specie di pianta? Forse il nonno avrebbe saputo cosa farsene, o per lo meno cosa fosse. Sguainò il suo pugnale e, con attenzione, liberò le radici dalla parete rocciosa. La coprì con un panno e ripose il tutto nella sua sacca.
Contenta, si rialzò e fu in quel momento che un’ombra gigantesca oscurò il sole. Kahi’el sollevò il capo e osservò la gigantesca nave entrare nell’atmosfera del loro pianeta. Questa era una novità. Il pianeta era piccolo e molto pacifico. Non c’erano grandi città, ma solo piccoli villaggi, che non avevano nulla di attraente per altri pianeti.
L’energia misteriosa che l’accompagnava da che aveva memoria turbinò intorno a lei. Stava per accadere qualcosa. Non era certa si trattasse di brutte notizie, ma qualcosa stava decisamente per succedere. Era curiosa di sapere chi fossero questi visitatori, ma prima aveva un lavoro da portare a termine. In più, il villaggio era sicuro grazie a Edras e a Jess. Certo, si trattava solamente di un bambino di dieci anni e una bambina di sei, però… I loro poteri facevano quasi paura anche a lei. Abbassò lo sguardo sulla sua mano e accese una piccola fiamma: un potere particolare scorreva anche in lei, ma non aveva idea da dove venisse… Lei non era nelle leggende del piccolo villaggio dove viveva. Non sapeva cosa avessero fatto con i propri poteri i suoi antenati. Quei due, almeno, avevano la fortuna di essere considerati eroi sacri, nonostante l’intero villaggio li guardasse quasi con orrore.
Kahi’el sospirò, spense la fiamma e tornò a concentrarsi sul suo lavoro. Voleva tornare a casa il più velocemente possibile.
In un tempo record di tre ore fu a casa. «Arrivi al momento giusto.»
Ma che…?
Una decina di donne erano sedute, o sdraiate a seconda della gravità delle ferite, nel piccolo salotto del nonno. C’erano anche il capovillaggio, Jess, Edras e il comandante. Suo nonno le si avvicinò e le chiese se avesse le erbe che l’aveva mandata a cercare. Kahi’el gli porse la sacca, annuendo, ancora confusa. Jess, che la vide per prima, corse da lei.
«Che succede?» Le chiese in un sussurro, osservando alcune ferite davvero profonde. «Da cosa sono state attaccate?»
Fu Edras a risponderle, in quel momento sembrava un vero soldato, pronto a combattere. «Hanno parlato di un gruppo di monaci… Li hanno chiamati Jedi.»
Suo nonno la chiamò e lei gli si avvicinò: era inginocchiato di fianco a una donna con una brutta ferita alla tempia. Le passò la ciotola in cui stava rimestando le foglie di varie piante cicatrizzanti con dell’acqua bollente. Le ordinò di continuare il lavoro fino a rendere la poltiglia simile a un unguento. Non era la prima volta che lo faceva, ma era preoccupata per il nonno: aveva il viso pallido.
Osò fare domande solo quando gli passò la ciotola. «Nonno, cosa sono i Jedi? Tu lo sai, vero?»
Non notò gli sguardi delle donne posarsi interessate sull’uomo anziano, che però rimase costantemente concentrato sull’applicare l’unguento sulla ferita. «No.»
Lo conosceva abbastanza bene da sapere che stava mentendo. Suo nonno non era di certo di tante parole, ma adorava mostrare la sua conoscenza e quando spiegava qualcosa era sempre attento a far comprendere anche il concetto più difficile a una mente semplice come quella di un bambino. Non era solito usare monosillabi. In più, era chiaramente a disagio, se non malinconico. Sapeva perfettamente chi fossero i Jedi e non ci voleva avere nulla a che fare.
Non ebbe tempo di sottoporlo a un interrogatorio più approfondito, perché le ordinò di prendersi cura delle ferite più superficiali. C’era una ragione se il villaggio l’aveva soprannominata la ragazzina delle piante. Era il meglio che si potessero inventare e almeno, da quando aveva iniziato ad aiutare suo nonno con la cura dei malanni e delle ferite, non la guardavano più come se avesse cinque occhi e delle branchie. Le sembrava che a volte trattassero molto meglio lei, rispetto a Jess e a Edras, che invece erano nativi del villaggio.
Suo nonno aveva passato ore a insegnarle a riconoscere le erbe curative, quelle velenose, quelle utili per farne crescere altre e quelle dannose per l’ambiente circostante. Adesso, se non trovavano suo nonno, chiedevano a lei come curare i piccoli malanni del villaggio. La cosa più grave che aveva visto era stata una spalla slogata di una giovane recluta e aveva dovuto più di una volta bendare qualche taglio a Jess, scalmanata com’era, ma quelle ferite erano serie e chiaramente dovute a un combattimento.
Il nonno mise pure Jess ed Edras al lavoro. Ci mise un po’ a notare, concentrata com’era sul suo lavoro, che tutti e tre avevano attirato l’attenzione in modo particolare. Una voce sussurrata le disse che era per via dei loro poteri e che non dovevano preoccuparsi di quegli sguardi. Le donne erano chiaramente innocue per loro. Erano stanche e sfibrate dalla battaglia. Kahi’el aveva stimato che la nave con cui erano arrivate potesse trasportare su per giù una cinquantina di persone… Loro erano appena una decina scarsa. Qualsiasi cosa fosse successa, se l’erano vista davvero brutta.
Finirono di medicare tutte che il sole era già tramontato da almeno due ore. Il nonno e la moglie del capovillaggio avevano preparato dei pasti nutrienti per le loro ospiti, che, curate le ferite, si erano aperte con il comandante e il capovillaggio. Kahi’el aveva tentato in tutti i modi di non farsi sorprendere a origliare, ma suo nonno, occupato con la donna accanto a lei, aveva più volte alzato gli occhi al cielo… Probabilmente non era riuscita a nascondersi così bene.
Però…
Le donne erano streghe. Facevano parte della Congrega dei Cerchi Neri. Il loro obiettivo era proteggere i pianeti da potenziali minacce magiche, come le Sorelle della Notte di Dathomir. Chissà perché questo nome attirò tutta la sua attenzione. C’era un qualcosa di vago… Una sensazione o forse un ricordo ormai perduto che la legava a Dathomir, nonostante fosse sicura di non aver mai sentito nominare quel pianeta.
Stavano facendo il loro lavoro per una comunità pacifica, quando un gruppo di Jedi le aveva attaccate senza motivo. Raccontarono di un anziano folle e di un giovane Maestro brutale e letale. Erano accompagnati da dei ragazzini.
«Hanno portato dei Padawan in una missione di sterminio?»
Kahi’el congelò all’istante. Voltò lentamente il capo verso suo nonno. Non era certa che si fosse accorto di aver parlato ad alta voce, eppure… Padawan? Di che stava parlando? Perché non faceva come al suo solito e non spiegava la situazione? Che passato aveva con i Jedi… Come faceva ad averlo un passato con i Jedi?!
Il cuore le martellava nel petto: suo nonno era a sua volta un emarginato. Fino a quel momento, Kahi’el non ci aveva fatto più di tanto caso e non si era posta alcuna domanda. Il villaggio era piccolo. Erano pochi i motivi che potevano spingere gli abitanti a escludere dalla loro vita qualcuno: poteri come quelli di Jess ed Edras, oppure non essere di Ryubin. Suo nonno non era originario di quel pianeta. Era venuto da fuori, esattamente come lei. Lo lasciavano vivere lì solamente perché le sue conoscenze di erbe medicinali erano molto utili, altrimenti, molto probabilmente, lo avrebbero già cacciato. Le aveva insegnato tutto ciò che sapeva, proprio per evitare che lei finisse esiliata.
Desiderava saperne di più su di lui, ma in quel momento il capovillaggio si avvicinò al nonno. «Credi che le lasceranno in pace?»
Suo nonno prese un lungo respiro profondo, poi si fermò, incapace di ignorare il suo capovillaggio. «No. Daranno loro la caccia. I Jedi non perdonano.»
Kahi’el notò le ombre della stanza vibrare inquiete e cercò con lo sguardo la piccola Jess. Era di un passo dietro a Edras, gli stava stritolando un braccio e i suoi occhi erano terrorizzati.
Si tirò in piedi. «Nonno, perché non andate a parlarne fuori?»
Con il capo, indicò i due bambini e anche le streghe sembravano a disagio. Il capovillaggio concordò a sua volta e i due uscirono, seguiti anche dal comandante. Kahi’el andò dalla bambina e la prese tra le braccia, cercando di rassicurarla. Correvano un rischio non indifferente, ma anche il loro pacifico villaggio aveva dei guerrieri. In qualche modo, avrebbero difeso sé stessi e le streghe.
Quella notte la passò sveglia, a vegliare sulle donne ferite più gravemente. Era riuscita a convincere il nonno a lasciarla fare. Lui la vedeva ancora come una bambina, ma Kahi’el sapeva di avere molte responsabilità sulle sue spalle e non sarebbe scappata. Tanto, anche se avesse provato a comportarsi come una bambina normale, tutti le avrebbero ricordato dei suoi natali sconosciuti. I genitori non si fidavano a farla giocare con i loro figli e gli unici amici che aveva erano Jess ed Edras.
«Sei molto potente.» Sussurrò la strega a cui stava cambiando la fascia sulla gamba. «Questo villaggio ha bambini davvero prodigiosi.»
Le venne quasi da ridere. «Sono Jess ed Edras gli unici a meritare un complimento simile.»
«Intendi la Dominatrice Oscura e il dominatore del sangue?» Mormorò un’altra, girandosi sul fianco per guardarle. «Il tuo potere è diverso, ma pur sempre straordinario.»
«Però, sono millenni che non nasceva un Dominatore Oscuro.» Si aggiunse una terza voce, incredula. «E anche i Dominatori del Sangue sono estremamente rari.»
«Tacete.» Ordinò la strega che per prima le aveva rivolto la parola, doveva essere la più alta di grado. «Ti chiami Kahi’el, vero?» Si limitò ad annuire, non era una conversazione più di tanto piacevole. «La magia scorre potente in te, ma c’è anche la Forza. Se imparerai a bilanciarle, potresti diventare una delle streghe più potenti della Galassia.» Le poggiò una mano sulla spalla. «Ma sta’ attenta, il tuo potere potrebbe portarti a cadere in un abisso senza fondo di oscurità. Rimani sempre ben ancorata alla luce, Kahi’el.»
Non sapeva che dire. Che doveva rispondere? Va bene, grazie, ma ti prego non parlarmi più? Beh, quella sembrava una buona opzione, dopotutto. Incapace di sopportare oltre l’atmosfera pesante che si era creata, chinò il capo e andò a rintanarsi nella sua camera. Suo nonno le dava le spalle. Il suo respiro era lento e regolare: meglio, non aveva voglia di parlare con nessuno, nemmeno di fargli snocciolare tutta la sua storia.
Trascinò i piedi fino alla sua branda e si lasciò cadere. Era esausta. Non aveva mai lavorato così tanto in tutta la sua vita. Si tolse gli scarponi e sollevò i piedi gonfi e pesanti. L’indomani mattina avrebbe fatto bene ad applicare un unguento lenitivo, se aveva intenzione di tornare in montagna e trovare altre nuove piante. La radice che aveva riportato a casa aveva fatto brillare gli occhi al nonno. Le aveva detto che normalmente non sarebbe sbocciata fin quasi all’arrivo della stagione fredda, invece, quell’anno probabilmente le temperature erano adatte a una fioritura precoce.
«Dovresti andartene con loro.»
All’improvviso la voce del nonno spezzò il silenzio: quindi non stava dormendo. Kahi’el si voltò e si stupì a trovarlo girato verso di lei, lo sguardo malinconico, ma certo delle sue parole.
«Che intendi dire?»
«Ryubin non è il luogo per te.» Mormorò dopo un momento di silenzio, come se stesse pensando attentamente alle parole da pronunciare. «Dovreste andarvene tutti e tre. Quando, non se, quando i Jedi arriveranno, prenderanno di mira anche voi. Non siete al sicuro da loro qui. Non c’è nessuno che vi possa proteggere, se non voi stessi.»
Kahi’el si tirò a sedere. «Edras è forte e i poteri di Jess…»
«Siete solo dei bambini, Kahi’el!» Alzò la voce… Non aveva mai alzato la voce, non era nel suo carattere. «Edras ha dieci anni! Jess ne ha solamente sei! E tu ne hai nove. Quelli si addestrano al combattimento fin da piccoli. Sono delle macchine da guerra.»
Fu come un fulmine a ciel sereno. «Eri uno di loro…»
A quelle parole, suo nonno si zittì totalmente. I suoi occhi si accesero nuovamente di una luce malinconica. Scostò lo sguardo, poggiandolo sulla coperta che stava stringendo convulsamente fra le mani. Non era solo malinconico… Era terrorizzato e traumatizzato. Senza più dirle una parola, le diede le spalle e si coricò nuovamente. Il discorso era chiaramente chiuso per lui.
Kahi’el fece lo stesso e si raggomitolò: faceva caldo per essere solo l’inizio della stagione secca, eppure stava tremando. Nonostante le sue parole, non l’avrebbe mai abbandonato a sé stesso. Il nonno stava diventando anziano. Aveva bisogno di qualcuno di giovane e forte che salisse in montagna a raccogliere le piante; che si occupasse del giardino anche sotto il sole cocente; che cercasse anche per giorni interi i tuberi per combattere l’avvelenamento da cibo. Insomma… Il nonno aveva bisogno di lei. I Jedi non le facevano paura. Se quella strega aveva ragione, anche lei aveva un potere immenso. Poteva proteggere sé stessa e i suoi amici. Non le importava chi fossero i loro nemici. Rimanendo uniti, sarebbero riusciti a uscirne vincitori, ne era convinta.
Venne svegliata dal suono di lame cozzare le une contro le altre. Si tirò in piedi talmente velocemente che la stanza le girò intorno e cadde a terra. Prese dei respiri profondi e questa volta si alzò più lentamente. Appena fu sicura che la stanza non le sarebbe vorticata un’altra volta intorno, corse fuori. In salotto, c’erano solamente due streghe sdraiate, quelle le cui ferite erano le più gravi. Respiravano ancora, ma erano pallide e sudate… Ci avrebbe pensato più tardi.
Arrivata fuori, trovò le reclute in allenamento…
Erano loro…
Le ginocchia le cedettero e lei cadde a terra.
Non siamo sotto attacco… I Jedi non ci hanno ancora trovato…
Non ancora… Era quello ciò che preoccupava il nonno. Qualcosa di verde entrò nel suo raggio visivo, ma ci mise un po’ a mettere a fuoco il viso di Edras. L’amico l’aveva vista cadere ed era preoccupato. Effettivamente, non si sentiva troppo bene. Ciò che aveva scoperto la notte scorsa la preoccupava. Non solo le streghe si erano accorte dei poteri suoi e dei suoi amici, ma il nonno aveva fatto parte dei Jedi, coloro che avevano attaccato e fatto del male al gruppo di streghe innocenti.
All’improvviso, un gruppo di reclute volò per aria, creando un perfetto cerchio intorno a Jess. Anche lei si stava allenando. La bambina aveva il viso concentrato, ma si vedeva che era stanca. Edras aiutò Kahi’el ad alzarsi e si spostarono dal sole. Nonostante fosse sorto da appena qualche ora, i suoi raggi scottavano abbastanza da farla grondare di sudore. Si sedettero su una panchina e rimasero a osservare Jess sbaragliare i suoi avversari uno dopo l’altro. Dall’altro lato rispetto a loro c’erano il capovillaggio, il capitano e il gruppo di streghe. Le donne osservavano con molta attenzione i movimenti della sua amica, come se fossero ipnotizzate.
L’hanno chiamata Dominatrice Oscura.
Un nome azzeccato, vista la sua capacità di controllare le ombre. Lei scherzava sempre dicendo di non essere mai da sola. Loro le parlavano, le rivelavano segreti e conoscenze ultraterrene. Kahi’el si chiedeva se non si trattasse delle anime dei morti. I suoi poteri le mettevano i brividi, nonostante non l’avesse mai vista usarli per combattere… Come stava facendo in quel momento. Le ombre sotto i piedi della bambina agivano ancora prima che lei glielo ordinasse, innalzandosi a protezione della sua schiena, quando qualcuno decideva di attaccarla alle spalle.
«Fermatevi!» Era la voce del nonno, che si fece strada fra le reclute e andò ad abbracciare la bambina. «Credete davvero che i poteri di una bambina vi salveranno?»
«È la figlia del capovillaggio.» Era il padre di Edras a parlare. «È suo dovere proteggerci.»
«Lei non ha alcuna speranza, come non ne ha nessuno di voi!»
Non attese la risposta e la prese in braccio, allontanandosi.Kahi’el ed Edras si alzarono all’istante, vedendo il comandante prendere una lancia e marciare verso il nonno. Non fecero che un passo, però, perché all’improvviso l’uomo era a terra, la gola stretta fra le mani e gli occhi fuori dalle orbite, come se non riuscisse a respirare.
Che cosa…?
Suo nonno si voltò lentamente, i suoi occhi accesi di un potere simile a quello che le scorreva nelle vene. «Mastro Cane, non dovresti insegnare alle tue reclute ad attaccare alle spalle. Soprattutto non me.»
Fu allora che il nonno incrociò lo sguardo con lei. I suoi occhi tornarono normali e venne verso di loro. Ordinò di seguirli e presto si ritrovarono in casa. Nonno appoggiò a terra Jess: i suoi occhi viola brillavano e aveva il fiatone, sembrava esausta. Kahi’el ed Edras furono subito al suo fianco. Le poggiò una mano sulla guancia, ma la ritrasse immediatamente: scottava.
«Nonno…»
«Lo so.»
Si era già messo al lavoro su delle erbe. Allungò una mano, il palmo aperto, e un contenitore volò da lui. Kahi’el era a dir poco incredula. Perché se aveva di questi poteri non li aveva mai usati prima? La porta si aprì nuovamente e le streghe sciamarono dentro. Sythra, la strega a capo del gruppo, si avvicinò alla bambina, ma la sua mano si bloccò a mezz’aria.
«Non toccarla.» La voce del nonno era estremamente minacciosa. «Non sai di che cosa è capace.»
«Come non sappiamo di che cosa sei capace tu, Jedi.»
Lo disse con disprezzo, per poi passare una mano sul capo della bambina e mormorare qualcosa. Jess tirò un sospiro di sollievo e le sue spalle si rilassarono. Lentamente, i suoi occhi si spensero e le ombre della stanza parvero calmarsi a loro volta. Suo nonno sbuffò qualcosa e finì di preparare la medicina. Versò il miscuglio in una ciotola e la porse alla bambina, ordinandole di bere.
Non degnò nemmeno di uno sguardo Sythra, concentrato su Jess. «Io non sono più un Jedi… Da ormai molto tempo.»
Sythra si appoggiò al tavolo, aiutando la bambina a bere. «Non ti rivedevi più nei loro solidi valori morali?»
Il nonno sbuffò una risata. «Non hanno più valori morali, per questo mi hanno cacciato. L’Ordine Jedi non è più quello che era un tempo. Non è migliore, né peggiore dell’Ordine Sith.»
«Tu, però, sei diverso.» Sorrise a Kahi’el, che ebbe l’istinto di scappare via. «Hai preso con te questa giovane strega e ti sei occupato di questa gente come se fosse la tua. Dici di non essere un Jedi, eppure rappresenti l’Ordine meglio di chiunque altro.»
Quelle parole sembrarono sollevare il nonno da un enorme peso. Sythra era giovane, ma forse, semplicemente, non mostrava gli anni che aveva. Sembrava conoscere molto bene l’Ordine Jedi, come se anche lei ne avesse avuta esperienza.
L’atmosfera pesante venne bruscamente spezzata da Jess, che storse il naso e si lamentò di quanto facessero schifo gli intrugli di Quor. Stava già molto meglio. Il nonno le arruffò i capelli, facendola ridere, e ricordandole che i suoi intrugli, come li chiamava lei, erano medicine e che non dovevano essere buone, dovevano essere efficaci. Jess tirò fuori la lingua, facendo una smorfia, poi saltò giù dal tavolo e abbracciò il nonno, ringraziandolo per l’aiuto.
Kahi’el la prese per mano, si scusò e trascinò i suoi due amici fuori dalla casa. Camminarono in silenzio fino al bosco, poi si scambiarono uno sguardo e si lanciarono in una corsa liberatoria. Jess, per essere solo una bambina, era molto veloce e conosceva il bosco meglio delle sue tasche, senza contare che le ombre sotto i suoi piedi le mostravano la via più sicura da seguire. Edras, invece, aveva il passo militare e sicuro. Lei si lasciava trasportare dal vento, come una foglia staccatasi dal suo ramo e cullata verso la fredda terra. Raggiunsero la loro radura segreta e si fermarono.
Finalmente, poteva fare le domande che voleva! Prese Jess per le spalle e le ordinò di raccontarle tutto! La bambina piagnucolò che anche Edras sapeva tutto, ma l’amico si strinse nelle spalle: non voleva mettersi fra una Kahi’el arrabbiata e la sua preda. Alla fine, la bambina disse che il capitano aveva fatto irruzione in casa sua alle prime luci dell’alba, esigendo che lei si unisse all’addestramento delle reclute. Il capovillaggio aveva provato a fermarlo, dicendogli che non era proprio il caso, ma il soldato non ne aveva voluto sentir parlare. Così, si era trovata in piazza, circondata dalle reclute e costretta a usare i suoi poteri per difendersi dagli attacchi. L’aveva dovuto fare ancora… E ancora… E ancora…
Quando Quor l’aveva salvata, si sentiva andare a fuoco ed era certa che sarebbe esplosa se avesse dovuto usare le ombre un’altra volta. Anche a loro non piaceva essere usate in quel modo. Jess era conscia di quanto letali fossero le sue… Amiche. Per questo si allenava solamente con loro due. Edras e Kahi’el avevano modo di proteggersi usando i loro poteri, ma questo non si applicava a tutti gli altri abitanti del villaggio, certamente non alle reclute.
Kahi’el sospirò e la strinse in un abbraccio. «Tranquilla, vedrai che il nonno li farà ragionare.»
Edras, a quel punto, parlò. «Tu sapevi… Insomma…»
Scosse il capo. «No. Lui non parla mai del suo passato.»
E ora è chiaro il perché.
Prese un respiro profondo, continuando ad accarezzare il capo della bambina. «Mi ha detto che dovremmo andare con le streghe. Che non siamo al sicuro qui.»
«Forse non ha tutti i torti.» Mormorò Edras, beccandosi le occhiatacce dalle due amiche. «Beh? Che c’è? Avete sentito quello che ha detto, no? Noi non abbiamo alcuna speranza contro quei… Come si chiamano? Joda… Jide…?»
«Jedi.» Lo corresse Jess, scostandosi e asciugandosi le lacrime. «Seguite il consiglio di Quor, andate con le streghe. Io, però, devo rimanere qui. Sono la figlia del capovillaggio, lo diventerò io stessa un giorno. Devo proteggere il villaggio e la mia gente.»
«Figurati!» Esclamò Edras, poggiandole una mano sulla spalla. «Non ti lascerò tutto il divertimento. Se rimani tu, io combatterò al tuo fianco, fino alla morte.»
I due amici poggiarono gli occhi su di lei, che sorrise lentamente e annuì, poi tese una mano. «Uniti fino alla morte?»
Edras e Jess coprirono la sua mano con le proprie. «Uniti fino alla morte!»
L’indomani Kahi’el si svegliò di buon’ora. Era l’ultimo giorno su Ryubin per le streghe e alcune fasciature andavano cambiate e le ferite medicate. Avevano finito delle erbe e il nonno le aveva chiesto di salire in montagna a recuperarne qualcuna. Le aveva proposto un’altra volta di andare via con loro, ma Kahi’el era radicata nella sua decisione: doveva rimanere e proteggere il villaggio. Avrebbe trovato un modo per controllare i suoi poteri, per allenarsi in modo efficace e riuscire così a proteggere la sua gente. Perché era come aveva detto Sythra: per lei e suo nonno quel villaggio era casa e andava protetto a qualsiasi costo. Non le importava nemmeno che loro non la ritenessero una di loro. Il nonno si era fatto voler bene dalla comunità grazie alle sue conoscenze, lei avrebbe fatto altrettanto.
Sollevò la mano verso la maniglia della porta, ma l’energia intorno a lei divenne improvvisamente pesante. Il nonno, finalmente, le aveva parlato della Forza, un’energia sconosciuta, ma presente in ogni essere vivente. I più sensibili riuscivano non solo a sentire il suo sussurro, ma anche a usarla come arma di difesa o di offesa. C’erano due fazioni distinte e opposte che insegnavano ai volenterosi come usarla. L’Ordine Jedi era l’alleato della Galassia, era un ordine monastico guidato da rigide regole morali. Loro usavano il lato chiaro della Forza e difendevano la pace nella Galassia. Dall’altra parte c’era l’Ordine Sith, il cui scopo era quello di dominare la Galassia e piegare la Forza al loro volere. Loro, invece, usavano il lato oscuro della Forza, capace di cose terribili… Incredibili, ma pur sempre terribili.
Il nonno era un Jedi grigio. Quelli come lui credevano che lato chiaro e lato oscuro fossero la stessa faccia di una medaglia e non due energie diverse e in opposizione. Il Consiglio Jedi non aveva mai visto quelli come lui di buon occhio, ma negli ultimi decenni la situazione era peggiorata sempre di più. L’avrebbero esiliato comunque, se non ucciso, quindi se n’era andato da solo, il più lontano possibile da quell’Ordine ormai marcio e terrorizzato a morte da una profezia. Lui stesso non ne sapeva nulla di questa profezia. Voleva sperare che le nuove generazioni portassero un po’ di luce e speranza, ma finché la vecchia guardia non avesse ceduto il posto, volontariamente o morendo, le speranze erano poche.
Kahi’el prese un respiro profondo e tentò di calmare il suo cuore in tumulto. Se ne sarebbero presto andate. I Jedi non le avevano ancora trovate. Tutto sarebbe andato per il meglio, ne era convinta… O per lo meno, stava tentando di convincersi di quella cosa. Lanciò uno sguardo alle sue spalle, dove le streghe stavano riposando pacificamente. Solo una era sveglia e vegliava sulle sue sorelle: Sythra. La strega, sentendosi osservata, sollevò lo sguardo su di lei e le fece un piccolo sorriso. Kahi’el non rispose e si affrettò invece a uscire. Per quanto le dispiacesse, se loro non fossero mai arrivate sul loro pianeta, nel loro villaggio, tutto il trambusto si sarebbe potuto evitare e loro non sarebbero in quel pasticcio. Forse il loro pianeta d’origine era troppo lontano e le loro ferite troppo gravi per sostenere il viaggio?
Scosse il capo: qualsiasi fosse la ragione per lei non era abbastanza buona. Avevano messo un intero villaggio innocente in serio pericolo, scegliendolo come luogo di guarigione. Se fossero state così disperate, avrebbero potuto scegliere un pianeta disabitato. Sarebbe stato più sicuro per tutti, anche nell’evenienza di un secondo scontro. Invece no! Avevano scelto proprio Ryubin. Il nonno diceva che probabilmente si erano lasciate guidare dalla Forza. C’era sempre un motivo dietro le strade che Lei ti apriva davanti. Non sempre erano percorsi semplici e privi d’imprevisti, ma la Forza sceglieva solamente i guerrieri più forti, in grado di resistere a tutto ciò che avrebbe messo loro davanti.
Poteva anche farsi gli affari propri, questa Forza.
Il nonno le aveva spiegato che nessuno poteva scegliere di nascere sensibile alla Forza. Era Lei a decidere chi fosse degno di ascoltare le sue parole, i suoi consigli. Chiudersi a Lei poteva portare a conseguenze più nefaste rispetto a seguire la strada da Lei indicata. Kahi’el continuava comunque a pensare che sarebbe stato meglio per tutti se la Forza si fosse fatta i fatti suoi.
Infilò con attenzione il raccolto della giornata nella sua borsa. Si passò un braccio sulla fronte grondante di sudore. Faceva particolarmente caldo quel giorno. Si sganciò la borraccia dal fianco e se la portò alle labbra: l’ultimo goccio d’acqua. Era ora di tornare al villaggio.
Fu proprio in quel momento, quando ancora aveva gli occhi al cielo, che una nave oscurò il sole. Non era grande come quella delle streghe e portava il simbolo dell’Ordine Jedi su un fianco. Le cadde di mano la borraccia. Un brivido freddo le risalì la spina dorsale. I Jedi avevano appena trovato le streghe e con loro anche il villaggio. Incapace di muoversi, seguì la nave nella sua lenta discesa verso terra, nella foresta, a pochi chilometri dal villaggio.
Fu allora che le venne in mente…
Nonno!
Si lanciò di corsa giù dalla montagna. Rischiò di scivolare verso la sua morte più di una volta, ma il terrore le impediva di ragionare lucidamente. Lasciò che la montagna si sgretolasse sotto i suoi piedi, seguendone i movimenti e riuscendo a scendere abbastanza velocemente. Nonostante questo, a metà della discesa, qualcosa era esploso nel villaggio. Adesso, vari serpenti di fumo strisciavano verso l’alto, segno che qualcosa stava andando a fuoco. Il vento portava fino a lei le grida di dolore disperate.
Non è possibile! Dev’essere un incubo… Non può essere vero!
Raggiunse la foresta e scattò il più velocemente possibile verso il villaggio. L’odore di fumo minacciò di strozzarla, ma si coprì il viso con le mani e continuò a correre. Sicuramente suo nonno non era stato così folle da affrontare quei Jedi. Non metteva in dubbio il suo potere, le aveva raccontato di essere stato un grande e potente Cavaliere Jedi in passato, ma… Non lo era più. I suoi poteri erano sicuramente straordinari, ma non sarebbero mai bastati per fermare dei soldati più giovani di lui e forse meglio addestrati.
Entrò nel villaggio correndo a perdifiato e il secondo dopo rovinò a terra. Si guardò alle spalle, per capire su cosa fosse inciampata, e cacciò un grido: i cadaveri di due reclute giacevano a terra, squarciati a metà da una lama. Ricacciò indietro il conato di vomito e si alzò, adesso terrorizzata. Suo nonno, improvvisamente, non era più la sua priorità. C’era un’altra persona che aveva deciso di dare la sua vita per proteggere la sua gente: Jess.
«Jess!» Gridò, squarciandosi la gola. «Jess!»
Ti supplico, rispondimi.
L’odore acre di fumo misto a pelle bruciata le diede il voltastomaco. Il villaggio non era grande. Dove poteva essersi nascosta? Nonostante tutto, era una bambina intelligente, non si sarebbe lanciata in un combattimento già perso in partenza. Tutta la sua attenzione si focalizzò nel cercare il viola dei suoi capelli e dei suoi occhi.
Una bandana viola incastrata tra le macerie di una casa… No!
Un pezzo di stoffa viola sotto un carro di spezie rovesciato… No!
Non si accorse di stare andando dritta verso le grida e quindi proprio nel mezzo della battaglia, finché delle braccia forti non la sollevarono da terra. Il primo istinto fu combattere, poi riconobbe l’odore di erbe e alcol.
Voltò il capo, incredula. «Nonno…»
«Non. Un. Fiato.» Le mormorò, prima di voltarsi e tornare sui suoi passi. «Perché sei tornata? Dovevi rimanere in montagna.»
«Jess…» Sussurrò Kahi’el, aggrappandosi alle sue vesti. «Devo trovare Jess…»
«No, tu non devi trovare proprio nessuno.» La prese per mano e la trascinò per le vie più strette del villaggio, assicurandosi sempre di non essere seguito da nessuno. «L’ultima volta che l’ho vista stava andando nel bosco insieme a Edras. Sarà al sicuro.»
Stava mentendo. Lo percepiva dal tono della voce. Kahi’el voltò il capo quando il terreno tremò per via di un’altra esplosione. Il fuoco stava diventando sempre più intenso, mentre le grida si stavano via via affievolendo. Il nonno proseguì a passo deciso, senza fermarsi, né guardarsi indietro. La stava portando in una parte di villaggio dove lei non ci aveva mai messo piede. Era vicino a una piazzola di atterraggio, usata più dalle reclute in allenamento… Non ci sarebbero più state reclute. Non ci sarebbero più stati allenamenti. Se non avesse trovato i suoi amici, non avrebbe più avuto nemmeno una famiglia. Anche Edras era in pericolo. Le streghe avevano percepito l’immenso potenziale magico che lo contraddistingueva. I Jedi non ci avrebbero messo molto a capirlo a loro volta.
Il vicolo diede spazio alla piazzola, che però non era vuota. C’era una piccola nave e una donna vestita con abiti neri e rossi in attesa. Non fece in tempo a chiedere a suo nonno cosa stesse succedendo, perché lui la spinse verso la donna.
«Portala via.»
Lo sguardo di lei era inquietante. «L’hai rapita dalle nostre cure, senza permesso, e ora vuoi ridarcela indietro, perché?»
Kahi’el congelò e il cuore minacciò di fermarsi: che significava che il nonno l’aveva rapita? Lo guardò, sperando che lui negasse, ma era troppo concentrato a guardarsi le spalle. Allora, poggiò gli occhi sulla donna, che le fece un piccolo sorriso. Aveva un brutto presentimento.
«Nonno…?»
Lui finalmente si voltò a guardarla e con un sospiro si inginocchiò di fronte a lei, prendendole le spalle. «Mi dispiace, bambina. Dathomir non era il luogo adatto per una creatura debole com’eri tu. Ti avrebbero allontanata. La tua salute era troppo fragile. Non saresti sopravvissuta.» Le avvolse il viso fra le mani, asciugandole lacrime che non si era accorta di star versando. «Ma ora sei grande e forte. Devi tornare dalle tue sorelle. Sapevo che i Jedi sarebbero arrivati, per questo ho contattato Dathomir, Madre Talzin, affinché ti portasse in salvo.»
Kahi’el scosse il capo, poi gli lanciò le braccia al collo. «No! Io non ti lascio qui! Quei Jedi ti uccideranno.»
Il nonno la strinse forte, poi la scostò e le diede un bacio sulla fronte. «Non temere, devo prendermi cura del capovillaggio e di sua moglie. I Jedi hanno distrutto le loro menti e la nostra capovillaggio è incinta, avrà bisogno di aiuto. Non intendo farmi uccidere. Ora, va’…»
Madre Talzin le prese le spalle e la staccò da suo nonno. «Andiamo, è ora di tornare a casa.»
«Non voglio tornare a casa!» Ruggì Kahi’el, improvvisamente arrabbiata. «Questa è la mia casa! Non me ne vado di qui senza…»
Un’improvvisa e terribile stanchezza le si poggiò addosso. Crollò in ginocchio, cercando di combattere la sonnolenza, ma era così stanca… All’improvviso si fece tutto buio e Kahi’el cadde in un sonno senza sogni.

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