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Capitolo 6: La Principessa dei Sith


Capitolo 6
La Principessa dei Sith


Korriban - 21 anni alla battaglia


Non lasciarmi qui! Non abbandonarmi con lui, ti supplico!

L'avrebbe voluto gridare alla figura dell’uomo che si allontanava sempre di più. In tutta quella giornata, l’unica sua consolazione era stata proprio quell’estraneo. Non era giunto in tempo per salvare sua madre e suo padre, ma aveva combattuto per portare lei al sicuro. L’aveva salvata da quel Jedi. Liora nemmeno sapeva cosa fossero i Jedi. Non sapeva dove si trovasse. Era crollata dal sonno non appena si era seduta sul sedile della nave dell’uomo. Doveva chiamarlo Eriaar o Xuir?

La mano, stretta intorno al suo braccio, la tirò indietro e la bambina si ritrovò a guardare negli occhi del Signore Oscuro dei Sith. «Sai chi sono?»

Liora avrebbe voluto rispondere di no; che non ne aveva alcuna idea… Più che altro avrebbe desiderato non saperne nulla. Liora era sempre vissuta con sua mamma e suo papà su Velmara. Quella era la vita che conosceva… Il padre che conosceva. Eppure, nel profondo del suo cuore, Liora lo aveva sempre saputo, finché non ne aveva avuto la conferma un giorno, dal nulla, quando aveva guardato negli occhi tristi della sua mamma, tenendola per mano e aveva visto i suoi ricordi, il suo dolore più grande e il suo più grande rimpianto. Era stato un fulmine a ciel sereno. Liora non sapeva nemmeno di avere quell’abilità, non sapeva come e quando utilizzarla, quindi perché, quel giorno, le aveva mostrato quelle cose orribili? Era stato in quel momento che aveva scoperto che il suo adorato papà, non era suo padre; il passato orribile della sua mamma; le cose terribili che aveva visto, ma che si era sempre rifiutata di fare… Aveva scoperto che suo padre era il Signore Oscuro dei Sith, Darth Nexar.

Eppure, cosa ci sarebbe stato di così sbagliato nel mentire a quell’uomo? Cosa avrebbe potuto farle di più terribile di ciò che i Jedi avevano fatto alla sua famiglia? 

Ucciderla? 

Bene!

Almeno sarebbe tornata insieme alla sua mamma e al suo papà! Sollevò lentamente gli occhi e rabbrividì.

Perché gli assomiglio così tanto?

Da quando aveva scoperto la verità della sua nascita, aveva passato giorni interi a cercare una qualsiasi somiglianza fisica con suo papà, sperando che si fosse trattato di un errore, perfino di un brutto scherzo della sua immaginazione! Non aveva mai avuto fortuna. Eppure, le era bastato un solo sguardo per capire quanto si assomigliassero lei e quell’uomo. Aveva imparato a memoria ogni piccolo dettaglio del suo viso e ora li rivedeva tutti in Nexar. La gola le si chiuse e grandi lacrime calde le rigarono le guance. Il cuore prese a martellarle nel petto. I polmoni si rifiutavano di riempirsi totalmente, ma si contraevano convulsamente alla ricerca disperata di aria. La sua mente venne invasa da migliaia di domande dalle risposte terribili. Il suo corpo era scosso da forti tremori e faticava a rimanere in piedi.

Una mano le afferrò il mento e Nexar le sollevò il volto con un movimento talmente brusco che Liora ebbe paura che le spezzasse il collo. «Detesto i bambini, specialmente quelli che fanno i capricci. Sai. Chi. Sono?»

Liora tentò di divincolarsi, ma Nexar era troppo forte. «Sì… Ma non sarai mai mio padre! Lui è morto, ucciso dai Jedi!»

Il sorriso del Sith la fece rabbrividire: quell’uomo era pericoloso e totalmente folle. «Bene! Hai lo spirito giusto. Odiami pure, anzi, più mi odi e più il tuo potere crescerà. Quando sarai grande, prenderai il mio posto e diventerai la Regina dei Sith!»

Ora capiva perché quell’uomo era diventato l’unico rimpianto della sua mamma. Liora fissò gli occhi neri, venati d’oro, il potere dei Sith, percepì un formicolio in tutto il suo corpo, come una scarica elettrica, e quando, istintivamente, colpì con il palmo aperto il petto del Signore Oscuro dei Sith, qualcosa, un potere immenso, si sprigionò dal suo palmo e Nexar volò dritto contro il muro. Liora si guardò le mani incredula. Aveva sempre percepito un potere scorrere nelle sue vene, silenzioso e inerte. Ogni tanto aveva anche sentito un sussurro lontano, una voce indefinita, non avrebbe saputo dire nemmeno se si trattasse di una donna o di un uomo, eppure era sempre stata lì, a dirle quando e come muoversi, per evitare pericoli, ostacoli, qualsiasi cosa le si presentasse sulla sua strada. Era certa che fosse stata quell’energia a muovere la sua mano e a sprigionare quel potere.

La risata bassa e profonda di Nexar attirò la sua attenzione. Quell’uomo era molto strano. Perché stava ridendo? Liora si sarebbe aspettata molto di più uno scatto d’ira, non di certo quella strana reazione. Lo guardò rialzarsi e tornare verso di lei. Negli occhi aveva una luce totalmente diversa da quella di pochi momenti prima: ora sembrava quasi orgoglioso. Venne investita dal desiderio di scappare, ma dove sarebbe potuta andare? Korriban era il pianeta culla dei Sith, non c’era altra forma di vita se non loro. Non sapeva guidare una nave e avrebbe solo finito per uccidersi. Eppure…

Forse la morte è un destino migliore che crescere insieme a quest’uomo.

Nexar le poggiò una mano sulla spalla e anche questa volta si accorse della differenza con la stretta di qualche minuto prima: sembrava essere diventato all’improvviso più gentile. «Prima di tutto, hai bisogno di un nuovo nome.» Le disse, un sorriso orgoglioso stampato in viso. «E credo di avere quello giusto per te, mia figlia, la Principessa del Male: Lady Obskura, questo sarà il tuo nome d’ora in avanti.» 




Korriban – 16 anni alla battaglia

I suoi passi risuonavano nel silenzio del corridoio, incombenti come la morte. Erano passati cinque anni da quando era stata portata su quel pianeta ed erano stati un vero inferno per lei. Aveva opposto resistenza, aveva tentato in tutti i modi di rimanere aggrappata alla luce, come sua madre avrebbe desiderato, ma più Nexar la sottoponeva all’addestramento e più la sua figura diventava sfocata nelle sue memorie. Erano anni che non ricordava più la sua voce e ora doveva faticare per ricordare anche solo un singolo dettaglio del suo viso. Liora era scomparsa a sua volta, morta insieme a sua madre, uccisa dai Jedi. I panni di Obskura, che aveva tentato in tutti i modi di allontanare, ora le erano famigliari.

Al suo fianco ciondolava la seconda spada laser che una volta era appartenuta a sua madre. Quando era scappata da Velmara era riuscita a portare con sé solo una delle sue due lame gemelle. Il cristallo Kyber aveva riconosciuto immediatamente Obskura. Nexar diceva che c’era più intesa con lei che con Selene; diceva che era la prova che fosse destino che Xuir la portasse da lui.

Darth Xuir…

Ogni tanto ripensava al suo salvatore. Era stata poco tempo con lui, ma le era bastato per capire quanto fosse diverso dalle creature come Nexar… E come ora era diventata lei. Xuir non era un Sith. Non era nemmeno un Jedi, ma aveva saldi valori morali e l’aveva dimostrato ribellandosi al suo Maestro e salvandole la vita. Sapeva anche che Nexar non si era ancora arreso. Desiderava che lui si unisse a tutti i costi all’Ordine Sith. Le venne da ridere: Nexar era l’incarnazione del male, non provava alcun tipo di sentimento positivo, era un involucro di rabbia, odio, invidia, gelosia. Andava a caccia per la Galassia di creature dai poteri immensi, in modo da farli diventare i suoi giocattoli personali, con cui terrorizzare persone innocenti. Lei era una di quei giocattoli e Xuir era quello che lui desiderava più di ogni altro. Si era scontrato con lui, sapeva quanto potere avesse quell’uomo e sapeva che se solo si fosse unito all’Ordine Sith avrebbero potuto conquistare la Galassia e oltre.

Le spie che Nexar aveva mandato sulle sue tracce non erano mai tornate indietro… Beh, a parte la testa mozzata di uno di loro. Sembrava che Xuir riuscisse a percepire la presenza di qualsiasi spia Sith nel raggio di migliaia di chilometri. Nexar aveva quindi provato ad assoldare qualche cacciatore di taglie, ma era stato subito ovvio che avessero fatto la stessa fine di tutti gli altri. Il Signore Oscuro dei Sith era diventato via via sempre più frustrato dai tentativi falliti di spiare Xuir. Era assolutamente convinto che questo muro difensivo dovesse avere una ragione ben precisa. 

Beh, alla fine aveva anche ragione.

L’ultima spiaggia era stato rivolgersi ai contrabbandieri. Nexar non ne parlava bene, diceva che erano dei voltagabbana e che l’unica cosa utile che potevano fare era essere usati come esche vive. Invece si era dovuto ricredere. Aveva cercato in tutta la Galassia il miglior contrabbandiere per questa particolare missione ed effettivamente, nonostante l’assoluto rifiuto di atterrare su Korriban, era riuscito a portarla a termine senza conseguenze; e le informazioni che aveva riportato erano state molto interessanti: Xuir aveva preso un’apprendista. Doveva avere sugli undici anni, aveva i capelli viola ed un potere che gli aveva messo i brividi, nonostante non si fosse avvicinato più di tanto ai due. La ragazzina dominava le ombre. Obskura aveva visto gli occhi di Nexar accendersi a quelle parole: l’abilità di Controllo delle Ombre era estremamente raro, non si vedeva un dominatore oscuro da almeno un migliaio di anni. Normalmente erano creature schive e solitarie. La domanda era sorta immediata: dove aveva trovato quella ragazzina?

Assurdo che mandi me e Malakar su Ryubin, sperando che ce ne sia un’altra, come se non fossero tanto rari quanto una Diade nella Forza.

Obskura sbuffò ed entrò nell’Arena, luogo di addestramento fisico-militare della Fortezza dei Sith. Aveva passato gli ultimi anni lì dentro a perfezionare il suo stile di combattimento, sotto lo sguardo attento del Signore Oscuro dei Sith… Oltre che a lavorare sul controllo del suo potere. C’era qualcosa di orribile nel riuscire a leggere le persone in quel modo. Se si fosse concentrata abbastanza, sarebbe potuta arrivare a ricordi sopiti dell’infanzia di una creatura di più di mille anni. In addestramento aveva ferito più di un suo compagno d’armi, ma l’unica cosa che interessava a Nexar era che lei imparasse ad usare il suo potere, qualsiasi fossero le conseguenze di tale gesto.

«Ehi, Principessa.» Il fiume dei suoi pensieri fu interrotto violentemente dalla voce di Malakar. «Che fai da queste parti? Ti manca addestrarti insieme a noi poveri comuni mortali?»

Obskura fallì miseramente nel tentare di reprimere il sorriso, che le nacque spontaneo sul volto. «Forse mi mancavano le tue battutine, Malakar.»

Khraven Malakar era il più giovane Assassino dell’Ordine Sith. Aveva un anno più di lei ed era la creatura più bella che lei avesse mai visto. Aveva lunghi capelli neri e due occhi onice striati d’oro, per via del potere Sith che scorreva nelle sue vene. Era stato il primo a mostrarle un po’ di gentilezza in quell’antro infernale che era la Fortezza Sith. Molti l’avevano vista di cattivo occhio pensando che avesse una qualche tipo di agevolazione sul suo addestramento, visto che era la figlia del Signore Oscuro dei Sith… Senza pensare che in realtà era stata torturata psicologicamente e fisicamente per i primi due anni, rinchiusa in una cella d’isolamento e circondata solo dalle immagini della morte dei suoi genitori. Averla sottoposta a quell’inferno le aveva fatto sicuramente odiare profondamente i Jedi, ma anche quello verso Nexar era andato di pari passo. Dopotutto, era stato lui a decidere il corso del suo addestramento.

Quando era stata finalmente rilasciata, era talmente piena d’odio che aveva attaccato i primi esseri umani che aveva visto. C’era anche Nexar, ma lui era rimasto a guardare, mentre sua figlia, che in quel momento aveva più somiglianze con una bestia assetata di sangue che non con un essere umano, uccideva a mani nude due guerrieri Sith adulti e perfettamente addestrati.

Una cosa, però, doveva ammetterla: il lato oscuro era intossicante. Una volta provato il suo potere, non se ne poteva più fare a meno. Il sussurro del lato chiaro, che aveva sempre sentito da bambina, non poteva competere con le parole chiare e quasi assordanti del lato oscuro. Ogni sua indicazione era precisa al millimetro. E quando gli veniva dato completo accesso, permettendogli di scorrere in tutto il corpo, ci si sentiva invincibili.

«Ti ostini ancora a chiamarla così?» Syphira si avvicinò ai due e Obskura percepì distintamente l’istinto omicida cominciare a farle ribollire il sangue nelle vene. «Il trattamento da principessina non si addice molto all’Ordine Sith.»

Obskura la guardò e il suo potere si attivò all’istante: Syphira era l’unica della sua famiglia ad essere entrata nell’Ordine Sith, ma non l’unica ad essere nata sensibile alla Forza. Sapeva bene che il suo astio veniva dall’invidia e dalla gelosia. Invidia per il lignaggio e gelosia per la sua amicizia con Malakar. Syphira aveva sempre avuto occhi solo per Khraven, peccato che la cosa non fosse reciproca. Malakar la sopportava a malapena e quando era arrivata Obskura, a cui lui si era avvicinato immediatamente, l’irritazione nei confronti di Syphira si era trasformata in odio molto velocemente.

Almeno, ora, capiva perché Syphira fosse così invidiosa del suo lignaggio o del perché non parlasse mai della sua famiglia. «Oh, Syf… Io credo che avere un fratello gemello Jedi si addica ancora meno all’Ordine Sith, rispetto al trattamento da principessina che secondo te viene usato con me.»

Il volto di Syphira perse immediatamente ogni tipo di colore. «Chi te l’ha detto?»

La sua rabbia e il suo odio alimentarono il potere di Obskura, le cui labbra si distorsero in un ghigno feroce. «Non ho finito: hai sempre detto che i tuoi genitori sono dei cacciatori di taglie, ma mentivi. Tua madre lavora per la Repubblica, mentre tuo padre per l’Ordine Jedi. È così che sono riusciti a far entrare tuo fratello nell’Ordine, nonostante la sorella gemella avesse deciso di diventare una Sith.»

La reazione fu istantanea: Syphira accese la sua spada laser e la abbassò su Obskura. La lama laser rossa si bloccò di scatto a pochi centimetri dal suo viso, nonostante la pressione che la Sith stava imponendo sull’elsa. Dopotutto, Syphira aveva ragione ad essere invidiosa del lignaggio di Obskura: non aveva dovuto muovere un dito per bloccare il suo attacco. Il solo pensiero era sufficiente a manifestare i poteri del lato oscuro della Forza. Il battito di ciglia dopo era volata via, ma l’aggressione non era passata inosservata. Due guardie Sith le andarono incontro e la trascinarono via di peso, mentre Syphira gridava vendetta.

Obskura alzò gli occhi al cielo, poi si voltò verso Khraven. «Vieni con me. Nexar vuole vederci entrambi.» 




Ryubin – 16 anni alla battaglia


Obskura e Khraven attraversarono le rovine bruciate di un villaggio, passando sopra i cadaveri, ormai ridotti ad ossa, delle vittime di quell’attacco. L’aria era pregna di dolore, odio, disperazione e terrore. L’attacco era stato improvviso e brutale. A vedere le condizioni di quel campo di battaglia, Obskura si sarebbe detta sicura che gli aggressori fossero stati Sith e non Jedi, eppure…

Le informazioni che il contrabbandiere ci ha passato sono state verificate: gli aggressori erano Jedi, non Sith.

Ma perché accanirsi tanto su degli innocenti? I Jedi stavano per caso dando di matto? Certo, il nemico principale erano state delle streghe, ma cosa c’entravano gli abitanti? Fra quegli scheletri ce n’erano alcuni che erano fin troppo piccoli per appartenere a degli adulti. Da quando in qua i Jedi uccidevano dei bambini?

Ora che ci penso… Anch’io ero solo una bambina… E mia madre era innocente.

Qualcosa non quadrava. Nexar non le avrebbe permesso di indagare sull’Ordine Jedi, ma doveva pur ammettere che quei livelli di aggressività erano preoccupanti… Soprattutto per un Ordine considerato la culla degli eroi e dei salvatori della Galassia. Il Jedi che aveva ucciso sua madre le era sembrato un mostro, ma a diventarlo era stato quello che l’aveva salvata. Forse, dopotutto, Jedi e Sith non erano poi tanto diversi.

«Principessa, vieni a vedere qui.»

Obskura lasciò andare un lungo respiro, prima di raggiungere Khraven davanti all’unica casa che non era bruciata. Fra tutte, doveva anche essere stata la più grande del villaggio. Qualcosa attirò la sua attenzione alle fondamenta: una sorta di fumo nero e denso si levava dalle ombre, che il sole proiettava sulla casa. Obskura inarcò un sopracciglio: era sicuramente opera della dominatrice oscura. Sollevò una mano e la avvicinò alle mura: quando i suoi polpastrelli sfiorarono la roccia, un muro di tenebra si innalzò a sbarrare loro la strada. Ritirò immediatamente la mano: il freddo glaciale che emanavano quelle ombre era presagio di morte. Un braccio le si avvolse intorno alla vita e Khraven la tirò indietro contro il suo petto. Il suo cuore cominciò a battere più veloce e per quanto cercasse di concentrarsi sul muro di morte a pochi metri da lei, tutta la sua attenzione andava al calore del corpo dietro di lei. Khraven aveva un anno più di lei, ma era già un vero e proprio fascio di muscoli.

Quando parlò, la sua voce profonda riverberò nel suo petto e di conseguenza nella sua schiena, facendola rabbrividire. «Beh, questa è nuova. Che cos’è?»

Obskura si schiarì la voce e allontanò il braccio che la teneva ancorata al suo petto. «Sono i poteri della dominatrice oscura. L’apprendista di Xuir ha l’abilità di Controllo delle Ombre. Non se ne vedeva una da un migliaio di anni.»

Si è presa la briga di proteggere questa casa… Che ci sia qualcuno dentro che vuole proteggere?

Si allontanarono di qualche passo e il muro di tenebra si abbassò, rivelando una bambina dai capelli e occhi blu elettrico osservarli spaventata. Rimasero tutti e tre a guardarsi increduli, ma la prima a muoversi fu la bambina, che girò sui tacchi e scappò.

«Aspetta!»

Le gridò Obskura. Non si avvicinò alla casa, sapeva bene che il muro di tenebra l’avrebbe uccisa ed era quasi del tutto convinta che fosse creato solo per impedire l’ingresso e non l’uscita di una bambina terrorizzata. Fece cenno a Khraven di seguirla e aggirarono l’intero perimetro della casa. Come si aspettava, una testa blu rotolò fuori da una finestra, prima di alzarsi e guardarsi intorno spaventata. Obskura non fece in tempo a dirle nulla, perché la bambina scattò in piedi e corse verso il bosco. I due Sith si guardarono irritati, prima di cominciare l’inseguimento.

La piccola era veloce e chiaramente conosceva quei boschi meglio delle sue tasche. Per quanto la chiamassero e le ripromettessero di non volerle fare del male, lei non si fermava. Dire che era anche vero! Nexar avrebbe torto loro il collo se a quella bambina fosse successo qualcosa. Perché che fosse parente della dominatrice oscura non c’erano dubbi. Il potere che emanava era davvero spettacolare, se non inquietante. Non era un Sith, ma di certo nemmeno una Jedi. Eppure, sembrava che qualcuno l’avesse addestrata all’uso base della Forza, perché la velocità a cui stava andando non era normale.

All’improvviso, al suo fianco, sentì un ringhio basso. «Inizio a stufarmi. Non siamo babysitter.»

Sollevò una mano e la bambina si pietrificò all’istante, crollando a terra e rotolando per qualche metro, prima di andare a sbattere contro un albero. I due Sith la raggiunsero e la accerchiarono, senza però bloccarle ulteriormente i movimenti. La bambina si tirò in piedi e osservò i due Sith con occhi terrorizzati ma incredibilmente fermi.

«Sei veloce.» Osservò Khraven, mentre la bambina cercava una via di fuga. «Come ti chiami? Qual è la tua relazione con la dominatrice oscura?»

Obskura alzò gli occhi al cielo. «Credi che abbia idea di che cosa stiamo parlando?» Si inginocchiò al suo livello e le sorrise. «Tranquilla. Non siamo qui per farti del male. Mi chiamo Obskura e lui è Khraven.»

Notò troppo tardi il movimento della mano della bambina, la luce che diminuiva e l’aria che si faceva elettrica. «Obskura, attenta!»

Khraven la spinse via, mentre un fulmine si abbatteva nel punto in cui c’erano stati loro due pochi secondi prima, lasciando solo un cratere annerito.

Fulmini Sith.

Si tirò a sedere a fatica, ancora abbagliata dall’attacco improvviso e ciò che vide le tolse il fiato dai polmoni: la bambina era in piedi di fronte a Khraven, la mano tesa verso di lui, le dita leggermente chiuse e gli occhi blu elettrici accesi di potere… Non aveva mai visto nulla di simile, la vita stava letteralmente lasciando il corpo di Khraven.

No… Non è quello… Sono i suoi Midichlorian!

Non li stava assorbendo, li stava manipolando! Che razza di abilità era? Un gemito di dolore soffocato di Khraven la fece tornare alla realtà, ci avrebbe pensato poi. Si concentrò sulla bambina e il suo potere si attivò: non poteva avere più di sei anni, non aveva vissuto molto, ma la sua vita non era stata semplice. Vedeva un’altra ragazzina, più grande di lei, dai capelli viola…

La dominatrice oscura ed è…

«È questo ciò che ti ha insegnato tua sorella?» La bambina perse immediatamente la concentrazione. «Jess, si chiamava così, vero?»

«Lei si chiama ancora così!» Gridò la bambina con rabbia, camminando sicura verso di lei. «E che ne vuoi sapere tu di mia sorella?»

Obskura riprovò nuovamente ad inginocchiarsi. «Come ti chiami?»

«Nyxara.» Rispose la piccola, abbassando le braccia lungo il corpo. «Ho cinque anni.»

Le tese la mano. «Vieni con noi. Un pianeta disabitato non è posto per una bambina da sola.»

«Ma mia sorella…» Grandi lacrimoni le rigarono le guance. «Lei torna sempre da me. Si prende cura di me e dei nostri genitori. Se sparisco, lei si preoccuperà.»

«Non credi che sarebbe più tranquilla a saperti al sicuro?»

«Voi siete Jedi?» Le chiese, asciugandosi le guance con gli avambracci. «Perché mia sorella ha detto di non fidarmi dei Jedi, che sono cattivi.»

Non ne hai un’idea.

«Tua sorella è molto intelligente.» Nyxara le prese la mano e Obskura chiuse le dita: aveva la mano fredda, ma fremente di energia. «Non siamo Jedi. Con noi, da loro, sarai al sicuro.» 




Korriban - 13 anni alla battaglia


Obskura allontanò i Sith che l’avevano circondata con la Forza e tornò in posizione difensiva. Si allenava così ogni giorno. Ordini di suo padre. Diceva di avere una missione importante da far svolgere a lei e a Khraven. Lui era il più giovane Assassino Sith nella storia dell’Ordine, mentre lei era la figlia del Signore Oscuro dei Sith… Il che, in pratica, faceva di lei la Principessa dei Sith. Ad osservare ogni allenamento c’erano sempre Nexar, Khraven e la piccola Nyxara. Il Signore Oscuro dei Sith aveva fatto i salti di gioia, quando gli avevano riportato la sorella minore della dominatrice oscura, poi si era totalmente sciolto quando lei gli aveva mostrato la sua abilità: la Manipolazione dei Midichlorian. Sapeva anche usare i fulmini Sith, ma ciò che suo padre adorava di più della sua nuova pupilla era proprio il suo potere di controllare a suo piacimento la vita e la morte.

Nyxara, a suo confronto, si era ambientata subito fra i Sith. Si vedeva che la sua famiglia era particolarmente vicina al lato oscuro. Nyx, come amava chiamarla Nexar, aveva risvegliato in tre giorni il lato oscuro dormiente dentro di lei. Da quel momento in poi, il Signore Oscuro dei Sith l’aveva portata con sé letteralmente ovunque, in qualsiasi missione e la bambina lo seguiva, senza alcun tipo di paura. Aveva imparato a spegnere le sue emozioni e le controllava molto bene per avere solo otto anni.

Vide Nexar farle un cenno col capo e Obskura concentrò la Forza, facendo vibrare l’aria intorno a sé. I Sith, vedendole abbassare la spada, l’attaccarono in massa, ma quando furono abbastanza vicini, liberò il lato oscuro e scaraventò i suoi avversari a decine di metri da lei. L’allenamento era concluso e lei era esausta. Spense la spada laser e l’agganciò alla cintura. Percepì del movimento alle sue spalle, ma non si voltò. Sollevò una mano e il Sith, che aveva avuto la brillante idea di tentare di attaccarla di schiena, fu di nuovo scaraventato in aria.

Nyxara le corse incontro, prendendola per mano e lei le sorrise: la bambina aveva un bisogno disperato della figura di una sorella maggiore. Si era aggrappata così a lungo alla dominatrice oscura. Grazie a lei, Nexar aveva ottenuto ulteriori informazioni su questa fantomatica ragazza: visitava Ryubin almeno una volta in settimana per prendersi cura dei genitori impazziti e della sorellina minore. Non era stata in grado di spiegare cosa fosse accaduto a sua madre e suo padre. Sapeva solo che non l’avevano mai riconosciuta, non dormivano mai e gridavano tutto il tempo frasi sconnesse e senza senso. Da come l’aveva descritto, sembrava che la loro mente fosse stata distrutta da un attacco mentale. Doveva essere stato terribile, soprattutto per la sorella maggiore, che sicuramente ricordava i suoi genitori sani di mente e li aveva visti degenerare in quel modo, giorno dopo giorno un po’ di più. Comprendeva l’odio che provava per i Jedi. Su quello erano molto simili.

«Ottimo lavoro, figlia mia.»

Gli lanciò un’occhiataccia, poi si concentrò su Khraven: facevano coppia fissa da ormai due anni e lei era fonte costante di invidie e gelosie. Syphira la odiava apertamente, ma non aveva più provato ad avvicinarla. Il suo potere era diventato ancora più potente e ora riusciva ad addentrarsi ancora di più nell’animo e nelle memorie altrui. Non c’era nemico che temesse abbastanza, perfino Nexar non aveva più segreti per lei. Non gli aveva mai rivelato che aveva usato il suo potere anche su di lui, probabilmente non l’avrebbe presa molto bene. Le informazioni erano il bene più prezioso e l’arma più pericolosa. Semplici parole, la cruda verità poteva spegnere un potente incendio e uccidere il più crudele dei nemici.

Khraven allacciò le dita con quelle di Obskura, poi accarezzò il capo a Nyxara. «Tuo padre voleva parlarci.»

Spostò lo sguardo su Nexar. «Cosa possiamo fare per voi, Padre?»

«Venite.» Disse loro, incamminandosi. «Qui ci sono troppe orecchie indiscrete.»

Seguirono il Signore Oscuro nei corridoi della Fortezza Sith. Entrarono nella sala del trono e lasciarono che Nexar si sedesse. Stava andando verso la vecchiaia, ma nonostante l’età era ancora un guerriero di prim’ordine. L’aveva visto combattere, sapeva quanta crudeltà potesse mostrare… Bastava solo vedere come l’aveva trattata per i primi due anni per quello, ma era leggermente meno incattivito con Nyxara. Probabilmente perché sua madre non l’aveva mollato e si era portata via il suo giocattolino. Era molto contenta che la bambina le avesse tolto un po’ di peso dalle spalle.

Nexar rilassò la schiena sullo schienale di ossidiana nera. «So dove si trova Darth Xuir… Andate e non tornate senza di lui e la sua apprendista. Voglio anche la dominatrice oscura. Dopotutto, è cosa buona e giusta riunire due sorelle, no?»

Obskura rimase interdetta. «Ma… Padre, tutti coloro che hai mandato non sono mai tornati vivi. È chiaro che Darth Xuir non voglia avere niente a che fare con l’Ordine Sith.»

«Khraven è il miglior Assassino che l’Ordine Sith abbia mai visto.» Replicò Nexar, prima di puntare i suoi occhi su di lei. «E tu sei mia figlia. Vi trovate bene insieme, no? Non tollererò un vostro fallimento. Tornate con loro o non tornate proprio. Un Assassino si può sostituire e per quanto riguarda te… Beh, Nyx saprà prendere il tuo posto egregiamente.»

La bambina sollevò gli occhi su di lei, preoccupata, mentre Obskura prendeva un respiro profondo, per non rispondere a tono a suo padre. «Faremo del nostro meglio, Padre, ma sapete meglio noi che non sarà affatto facile. Voi stesso non siete riuscito a batterlo…»

Si morse la lingua troppo tardi. Gli occhi di Nexar si accesero d’odio e Khraven la schermò istintivamente dall’ira del Signore Oscuro dei Sith. Aveva visto quella disastrosa battaglia grazie ai suoi poteri. Sapeva che Eriaar gli aveva fatto a pezzi l’orgoglio. Non solo era riuscito a decimare l’Ordine Sith interamente da solo, ma gli era sfuggito da sotto il naso usando l’abilità di Illusione Oscura e la Necromanzia, abilità tipica delle Sorelle della Notte, un Clan di streghe estremamente potenti provenienti da Dathomir. Non era un nemico semplice nemmeno all’epoca, ma ora era diventato forse ancora più pericoloso. Aveva ucciso tutte le spie che Nexar gli aveva mandato contro e alcuni di loro erano soldati di prim’ordine. Non aveva avuto problemi nemmeno ad eliminare uno squadrone composto da cinque Assassini. Il contrabbandiere diceva che era particolarmente protettivo nei confronti della sua allieva. Lei e Khraven non avevano più possibilità di tutti gli altri. Nexar li stava mandando letteralmente a morire.

A pugni stretti, Obskura chinò il capo. «Come desiderate, Padre.» 




«Dovete per forza andare?» Chiese loro Nyxara, stringendosi al suo ventre. «Non voglio che vi accada qualcosa. Il Maestro della mia sorellona è pericoloso. Me l’ha detto lei stessa. Non si unirà mai all’Ordine Sith.»

Obskura si inginocchiò e l’abbracciò. «Non temere. Torneremo. È una promessa.» Si divise da lei e le poggiò una mano sul capo dolcemente. «Prenditi cura di Nexar e dell’Ordine in nostra assenza, d’accordo?»

La bambina annuì, poi Khraven le porse una mano. «È ora di andare, Obskura.»

Obskura annuì e intrecciò le dita con le sue, lasciandosi tirare in piedi. I due salirono sulla nave. Obskura si voltò a salutare Nyxara con la mano, ma la bambina si era già allontanata. Doveva aver percepito la menzogna nella sua voce. Era certa solo di una cosa: non sarebbe tornato vivo nessuno dei due. Darth Xuir l’aveva sì salvata una volta, ma non avrebbe mai avuto pietà per chi minacciava la sicurezza della sua allieva. Lo aveva dimostrato più di una volta. Quando si sedette sul sedile da pilota, una terribile sensazione calò sul suo petto, tanto forte da minacciare di soffocarla.

Guardò Khraven. «Non avrei dovuto fare quella promessa, vero?»

Il suo compagno accese i motori della nave. «Obskura, sai meglio di me quale minaccia questo Sith rappresenti per l’intero Ordine. Comprendo il desiderio di tuo padre di averlo come alleato, piuttosto che come nemico, ma ciò detto… Non lascerà avvicinare nessuno alla sua tana. Dovremo essere noi ad attirarlo. È l’unica possibilità che abbiamo di uscirne vivi.»

La nave si sollevò da terra e Obskura inserì le coordinate che Nexar aveva dato loro. «E se invece puntassimo alla dominatrice oscura?»

«Alla sua allieva?»

Annuì, mentre attivavano i propulsori e preparavano la nave all’ipersalto. «Ha tredici anni. Non potrà essere molto più potente del suo Maestro, giusto?»

«Stiamo parlando della stessa persona?» Le chiese Khraven, chiaramente ironico. «Ha l’abilità di Controllo delle Ombre, non nasceva una creatura come lei da migliaia di anni. Per di più, sono sette anni che viene addestrata da un potente manipolatore della Forza… Molto probabilmente Xuir è dieci volte più potente di tuo padre. Non sappiamo chi sia più pericoloso fra i due.»

Non ha tutti i torti, però…

Per quanto potente potesse essere la ragazzina, l’esperienza a volte superava qualsiasi altro fattore, soprattutto in battaglia. C’era solo un problema, che non era per niente piccolo: Xuir avrebbe sicuramente percepito il loro arrivo e il pericolo che rappresentavano, quindi, anche volendo puntare sulla ragazzina, era improbabile che il suo Maestro la lasciasse andare in giro da sola. In poche parole, se avessero tentato di attirare l’allieva, era quasi certo che se li sarebbero trovati entrambi davanti e di certo non con buone intenzioni.

Obskura si poggiò una mano sul cuore: percepiva la Forza vibrare inquieta intorno a lei. Qualcosa stava per accadere e qualunque cosa fosse non era per niente positiva. Sollevò gli occhi sullo spazio aperto davanti a loro. Nel corso degli ultimi anni, lei e Khraven avevano completato varie missioni insieme, alcune anche piuttosto pericolose, ma quella sensazione di paura e morte non l’aveva mai provata prima d’ora. Proprio in quel momento, Khraven lanciò la nave nell’iperspazio e Obskura seppe che qualcuno non sarebbe per davvero tornato vivo da quella missione. 




Zyphara – 13 anni alla battaglia


Il pianeta che si trovarono davanti era di una bellezza mozzafiato. Tutta la superficie era ricoperta di vaste e rigogliose foreste. Era un’unica gigantesca isola, circondata da un’immensa distesa d’acqua cristallina. Khraven le indicò una spiaggia abbastanza grande dove poter atterrare e lasciare la nave. Una volta spenti i motori, Khraven fu l’unico ad alzarsi. Le poggiò una mano sulla spalla, ma Obskura era congelata al suo posto: la sensazione di paura e di morte si era fatta insopportabile. Tanto che quasi non riusciva a respirare. Temeva seriamente per la vita di entrambi.

«Obskura?» Khraven le si inginocchiò di fronte e le prese le mani, congelate contro i suoi palmi caldi. «Lo so, lo percepisco anch’io, ma non possiamo tornare indietro a mani vuote. Il destino che ci attenderebbe in quel caso sarebbe forse ancora peggio di ciò che ci aspetta qui. Nexar è un uomo crudele e lo sai meglio di me.»

Anche Xuir lo è.

Quelle parole non lasciarono mai le sue labbra, ma era la verità. Khraven non aveva visto i ricordi di Nexar, lo sterminio compiuto dal Jedi di nome Eriaar Shehol, che era poi diventato Darth Xuir. Sì, forse era vero che il Signore Oscuro dei Sith li avrebbe puniti molto severamente, se avessero fallito la missione, ma per lo meno non li avrebbe uccisi… O forse sì? Obskura non era certa di preferire Xuir a suo padre.

Un’improvvisa sensazione di calma l’avvolse come una coperta. Spostò lo sguardo su Khraven, che le sorrise dolcemente. Le prese il mento fra due dita e le diede un gentile bacio sulle labbra: una promessa silenziosa che minacciò di bloccarle il cuore. O entrambi o nessuno. Non le diede il tempo di rispondere, le prese la mano e la tirò in piedi. La trascinò fuori dalla cabina di pilotaggio e schiacciò il pulsante per l’apertura del portellone. Ormai, non si poteva più tornare indietro. Sicuramente Xuir aveva già percepito il loro arrivo e non li avrebbe di certo permesso di andarsene… Non a due Sith come loro. Non era nemmeno più sicura che non si fosse accorto del contrabbandiere. Insomma, non era andato lì per fare loro del male, ma solo per spiarli. Forse l’aveva semplicemente lasciato fare.

Fu istantaneo: appena Obskura poggiò il piede sulla sabbia, venne investita dal potere che Xuir e la sua apprendista emanavano. Le mise i brividi. Nemmeno Nexar era in grado di scatenarle una tale paura. Erano davvero estremamente potenti. Anche Khraven li aveva avvertiti, perché anche il suo volto era sbiancato all’improvviso. Istintivamente strinsero entrambi la presa sulle loro mani giunte.

È davvero incredibile. Non ho mai percepito così tanto potere. La ragazzina ha solo tredici anni. Nyxara è potente, ma sua sorella maggiore è su tutt’altro livello.

Khraven dovette tornare a tirarla per smuoverla da lì. Lasciarono la spiaggia e si addentrarono nella foresta. Il sole, che fino a pochi momenti prima aveva guidato i loro passi, fu totalmente coperto dal folto fogliame del bosco. Gli alberi erano davvero immensi. Lei e Khraven insieme non sarebbero riusciti a circondarne uno, nemmeno il più piccolo. Anche la temperatura era esponenzialmente più bassa rispetto alla spiaggia. Brividi di freddo si univano a quelli di paura, facendola tremare come le foglie sopra la loro testa. Erano entrambi irrequieti. Continuavano a guardarsi intorno, come se invece di due nemici li attendesse un intero esercito. Obskura deglutì sonoramente, notando un inquietante dettaglio.

È una mia impressione… O le ombre sembrano muoversi?

L’accolita di Xuir era una dominatrice oscura e quella foresta era immersa nell’ombra più totale. Il che significava che erano letteralmente circondati da centinaia di migliaia di occhi, che potevano riferire alla loro padrona ogni loro minimo movimento. Xuir e la sua allieva sapevano già dove e quando trovarli. Non c’era alcuna speranza di attirarli da loro. Erano caduti nelle loro grinfie il secondo che avevano accettato la missione, ancora prima di mettere piede su quel pianeta… Erano stati morti dal momento in cui Nexar aveva deciso che loro sarebbero andati a caccia di Xuir e della sua giovane apprendista. 




I due camminarono a lungo nel fitto del bosco. Erano entrambi d’accordo che muoversi di notte sarebbe stato troppo pericoloso. Erano già chiaramente in pericolo, ma la notte era ancora più oscura ed era il dominio della dominatrice oscura. Per quanto fossero potenti quei due, sembrava impossibile localizzare la loro esatta posizione. Il contrabbandiere aveva detto loro che la dimora dei due era particolarmente difficile da individuare, anche dall’alto. In più, Xuir doveva essere in grado di nascondere la sua presenza e quella della sua allieva perfino ai radar, perché nemmeno quelli avevano rilevato alcuna traccia di essere vivente. Quel pianeta era estremamente inquietante. Se non fosse stato per Xuir e la sua apprendista, sarebbe stato un Pianeta fantasma. Doveva smetterla di pensare! Si stava solamente mettendo ancora più paura da sola.

Il sole stava ormai per tramontare, quando Khraven si fermò. «E’ inutile. Se continuiamo così non saranno quei due a ucciderci, ma il freddo.»

Obskura stava per concordare con lui, quando un tremendo ruggito fece tremare la terra sotto i loro piedi. Perfino i suoi timpani minacciarono di scoppiare. Un’enorme ombra nascose la già calante luce del sole. Sopra le loro teste passò in volo un gigantesco drago nero. Istintivamente, i due Sith attivarono le loro spade laser, anche se contro quel gigante avrebbero potuto ben poco. La creatura sorvolò per qualche momento la zona sopra le loro teste e all’improvviso i suoi enormi occhi viola incrociarono quelli spaventati di Obskura. Il drago la stava guardando! Ne era più che certa. La creatura ruggì un’altra volta, prima di allontanarsi verso il sole calante.

«Seguiamolo!»

«Cosa?!» Afferrò il braccio di Khraven, prima che potesse effettivamente lanciarsi all’inseguimento del drago. «Sei impazzito?! Dobbiamo andarcene!»

«Obskura, concentrati!» Le prese le spalle e la costrinse a guardarlo negli occhi. «Quella creatura è fatta d’ombra! Se la seguiamo, ci porterà dritti dritti dalla dominatrice oscura e dal suo Maestro.»

Obskura era a dir poco incredula. «No, scusa, fammi capire bene: una ragazzina di tredici anni è in grado di dare forma e vita alle ombre e tu, invece di fare la cosa intelligente, girare sui tacchi e scappare, vorresti andare da lei?!»

«Tuo padre ci ucciderà comunque se torniamo senza quei due.» Il suo sorriso mesto le spezzò il cuore. «Tanto vale morire dopo aver visto una dominatrice oscura in azione.»

Le prese la mano e la costrinse a muoversi in direzione del drago. Passo dopo passo, Obskura si rendeva conto che il drago era solo un’esca. Li stavano attirando in trappola. Il sole era ormai scomparso dietro le montagne. La foresta si era fatta molto più lugubre e fredda. Le ombre dei rami degli alberi si allungavano verso di loro come artigli, pronti a ghermirli ed ucciderli. Si fece più vicina a Khraven e attivò la sua spada laser, sperando di farle svanire con la luce rossa. Khraven fece lo stesso: nonostante la sua sicurezza, anche lui aveva paura; paura di non tornare vivo da quella missione; paura di essere separato da lei; paura di morire.

Lentamente la vegetazione intorno a loro cominciò a cambiare: gli alberi diventarono leggermente più radi e la luce delle due lune blu si fece più forte. Questo, stranamente, non diminuì minimamente il numero delle ombre intorno a loro. Perfino il terreno sotto i loro piedi stava diventando un po’ più fermo. I due Sith si guardarono: erano vicini a una radura. Non fecero quasi in tempo a pensarlo che davanti a loro apparve una bella casa, perfettamente integrata con la vegetazione intorno, scavata nell’enorme tronco di un albero caduto. C’era un falò acceso e a dare loro le spalle c’era una ragazzina dai lunghi capelli viola. I due si fermarono all’istante. Obskura lanciò uno sguardo a Khraven, la domanda ovvia: dov’è Xuir?

«Avete seguito Nythraal immagino.» Il timbro della sua voce era simile in modo inquietante a quello di Nyxara. «Stavate dando fastidio alle mie ombre, a girovagare per la loro foresta come due amebe nel flusso sanguigno. Ma dopotutto cosa potevo aspettarmi da due creature il cui quoziente intellettivo medio di entrambi non supera quello di un microorganismo?» D’accordo, la maggiore aveva sicuramente la lingua più tagliente della minore. «Avete mia sorella. Non vi basta?»

Khraven si fece avanti lentamente. «Stiamo cercando…»

«Lo so.» 

Lo bloccò, per poi voltarsi: un brivido freddo le risalì la spina dorsale al suo sguardo. I suoi occhi viola erano penetranti e parlavano di un passato tormentato e terribile. Aveva tredici anni, significava che quando i Jedi avevano invaso il suo villaggio aveva avuto solo sei anni. Ciò che aveva visto quel giorno l’aveva sconvolta, terrorizzata e cambiata per sempre. Forse, non era cattiva di natura. Anzi! Sicuramente non lo era. Ciò che le era capitato, l’aveva trasformata in ciò che era adesso.

Un po’ come me.

Si concentrò su di lei, tentando di attivare il suo potere, ma…

Non funziona. Perché non funziona?

Ogni volta che tentava di entrare nella sua testa e vedere i suoi ricordi più tristi, scovare i suoi punti deboli, a sbarrarle la strada trovava uno spesso muro di tenebra, impenetrabile. Quella ragazzina aveva delle barriere mentali a dir poco incredibili. Xuir l’aveva addestrata bene. Per di più, la ragazzina puntò i suoi occhi viola su di lei, come se sapesse che stava cercando di leggerla. Un sorriso inquietante le si aprì in viso, poi si voltò nuovamente, come se due Sith come loro non rappresentassero la benché minima minaccia per lei.

Khraven strinse la presa sulla sua spada laser. «Il tuo Maestro dovrebbe insegnarti il rispetto verso gli adulti, ragazzina!»

Successe tutto all’improvviso, quando Khraven fece un passo minaccioso verso la dominatrice oscura: a sbarrare loro la strada e fare da scudo alla ragazzina c’erano due copie esatte di Khraven e Obskura.

E questo che cos’è?

Il clone di Khraven fece un ghigno, prima di attivare la sua spada laser e lanciarsi sul Sith. Obskura fece per andare ad aiutarlo, ma l’altra Obskura la bloccò nella Forza. Erano illusioni. Illusioni talmente veritiere da avere la stessa potenza e la stessa presenza della persona che clonavano. Obskura non aveva mai visto nulla del genere. Lasciò avvicinare quell’illusione, poi liberò il braccio armato e puntò alla sua testa, ma il suo avversario si limitò a tirare indietro il capo. Non attese un secondo di più e l’attaccò a sua volta. Combattere contro sé stessi non era per niente semplice, anzi, si stava rivelando complicato e non solo per lei, ma chiaramente anche per Khraven. Quelle illusioni avevano le loro stesse abilità, il loro stesso esatto livello e pensavano esattamente nella loro stessa maniera.

Sarà un prossimo addestramento da introdurre.

Pensò Obskura, evitando un attacco che per poco non le tagliò di netto entrambe le braccia. Lanciò un’occhiata alla ragazzina, che ora era nuovamente seduta, a giochicchiare con il focolare. Dal viso… Sembrava quasi annoiata, come se avere due Sith a pochi metri non fosse minimamente un problema… Come se lei e il suo Maestro fossero in grado di affrontare qualsiasi cosa. Infastidita, riuscì ad allontanare l’illusione con cui stava combattendo e si lanciò sulla ragazzina. Sollevò la spada laser, ma quando tentò di abbassarla, una mano d’ombra le bloccò il polso. Il gelo le avvolse velocemente l’intero braccio, per poi spandersi in tutto il corpo. Con la coda dell’occhio vide la sua ombra spuntare dalla sua spalla, un sorriso inquietante stampato in volto. La ragazzina voltò leggermente il capo verso di lei e Obskura vide i suoi occhi viola brillare di potere.

Un’improvvisa esplosione di Forza la scaraventò contro un albero. Fece appena in tempo ad aprire gli occhi, che Khraven finì contro un altro tronco, spezzandolo a metà per la potenza del contraccolpo. Le due illusioni si fecero via via più eteree e quando scomparvero, alle loro spalle e davanti alla ragazzina c’era l’uomo che l’aveva salvata dal Jedi, ormai quasi otto anni prima. La prima cosa che Obskura notò fu l’immensa potenza che stava emanando. All’epoca era stato forte, ma ora era su tutto un altro livello. La sua energia le mise i brividi: era infuriato. Non aveva ancora attivato la sua spada laser… Come se già così avessero avuto una qualche possibilità contro di lui.

Un gemito di dolore al suo fianco attirò la sua attenzione. «Khraven!»

Era messo molto peggio di lei. Obskura sapeva combattere estremamente bene, si sapeva difendere dalla maggior parte dei nemici, ma Khraven era un Assassino, il che significava che era uno dei migliori guerrieri dell’Ordine Sith… E come lui, l’illusione che Xuir aveva creato aveva ottenuto le sue stesse abilità. Almeno, le ferite non sembravano gravi o letali. Mise pressione sulla ferita che aveva sul fianco.

«Sei cambiata molto dall’ultima volta che ci siamo visti, Liora.» La voce bassa e vibrante di Xuir la fece tremare: era fin troppo calma, in contrasto con l’ovvia furia stampata sul suo volto. «O dovrei chiamarti Obskura?»

Le sue braccia, che erano andate ad aiutare Khraven a rialzarsi, si bloccarono all’improvviso. «Come… Come conosci il mio nome?»

Xuir schioccò la lingua, irritato. «Con chi credi di avere a che fare, ragazzina?»

«Chiaramente ci sottovaluti.» Mormorò Khraven, tirandosi in piedi da solo e frapponendosi fisicamente fra lei e il Sith infuriato. «Nexar vuole…»

«Nexar vuole.» Ripeté Xuir in un ringhio: l’aria intorno a loro si fece elettrica. «Nexar ordina. Nexar mi sta davvero dando su i nervi. Non gli è bastato non veder tornare tutte le spie che mi mandava contro? Ha deciso di mandare a morire sua figlia e uno dei suoi Assassini?»

«Cerca di ragionare.» Lo pregò Obskura. «Se unissi le tue forze a mio padre, l’Ordine Jedi non avrebbe alcuna speranza. Potremmo spazzarli via insieme. Non è quello che vuoi?»

I suoi occhi brillarono d’odio. «Presumi molto, Obskura, ma quanto tu capisca è in dubbio. Avrei dovuto uccidere tuo padre quel giorno su Nerathos. Avrei dovuto radere al suolo l’Ordine Sith quando ti portai da lui. Avrei dovuto fare molte cose. Se lo avessi fatto, la sorella di Ombra sarebbe ancora al sicuro su Ryubin, lontana dalla follia del Signore Oscuro dei Sith e della sua guerra contro i Jedi.»

Ombra? La ragazzina si chiama Ombra? Un nome azzeccato per una dominatrice oscura.

Al suo fianco, Khraven accese la sua spada laser. «Facciamo un patto: se mi sconfiggi, noi ce ne andiamo e ti do la mia parola che nessun altro Sith metterà piede su questo pianeta, ma, se dovessi perdere…»

Khraven ammutolì all’improvviso, la sua voce sostituita da suoni gorgoglianti. Obskura si voltò a guardarlo: era caduto in ginocchio, la spada laser spenta ai suoi piedi e si stava tenendo la gola, i suoi occhi sgranati e la sua bocca aperta alla disperata ricerca di aria. Xuir sollevò una mano lentamente e il corpo di Khraven ne seguì il movimento. Andò in panico: non poteva perdere anche lui, non in quel modo. Avevano avvisato più di una volta Nexar che era totalmente inutile; che Xuir non si sarebbe mai unito all’Ordine Sith; che l’unica cosa che gli interessava era la vita e l’addestramento della sua giovane allieva. Eppure, erano lì, ad affrontare due nemici totalmente fuori dalla loro lega, a rischiare la loro vita, come se non importasse a nessuno.

Presa dalla disperazione, si lanciò contro Xuir, ma, esattamente com’era accaduto prima, la sua stessa ombra le afferrò le caviglie, facendola crollare in avanti. Perse la presa sulla sua spada laser, che si fermò a pochi centimetri dai piedi di Ombra. La ragazzina aprì il palmo e questa le volò in mano. La attivò e osservò il laser rosso.

«Maestro, perché il mio Cristallo Kyber non è rosso?»

Sul serio? È come se non esistessimo per lei.

Xuir abbassò lo sguardo su di lei e i suoi occhi si addolcirono impercettibilmente. «Perché non l’hai dissanguato. Va bene così. Tu non sei una Sith. Sei una strega. Una dominatrice oscura, non sei come tutti gli altri.»

Un pensiero le passò per la testa: se quel giorno, invece di portarla da Nexar, l’avesse tenuta con sé, forse si sarebbe rivolto a lei con così tanta gentilezza e attenzione. Quando l’aveva conosciuto, e per quel poco che l’aveva conosciuto, aveva intuito che Eriaar fosse stato un grande Maestro Jedi, probabilmente molto amato dai Padawan e rispettato dagli altri Jedi. Se quel giorno l’avesse pregato di tenerla con lui, di non portarla da suo padre, forse le cose sarebbero state molto diverse.

Lacrime calde iniziarono a scorrerle lungo le guance, prima a gocce, poi a fiumi. La sensazione che aveva sul petto, la Forza che roteava inquieta intorno a lei… Ora capiva. Erano segnali; presagi di morte, per meglio dire. Guardando Xuir interagire con Ombra, la rabbia iniziò a farle ribollire il sangue: non c’era alcun legame di sangue fra quei due, eppure quel Sith stava trattando la sua allieva infinite volte meglio rispetto a quanto Nexar avesse mai fatto con lei. Il legame di sangue significava davvero così poco per lui? La sua furia alimentò il lato oscuro della Forza e, senza che se ne accorgesse, la liberò dai poteri di Ombra. La ragazzina se ne accorse all’istante, ma Obskura si era già alzata e aveva richiamato a sé la spada laser di Khraven, abbassandola contro Xuir. Il Sith fu costretto a lasciare andare la presa sul suo compagno e concentrarsi unicamente su Obskura.

«Combatti!» Gli gridò, vedendo che non aveva ancora attivato la spada laser. «Sei tu che mi hai trasformato in questo, quindi ora combatti!»

L’uomo la ignorò totalmente, continuando a limitarsi a schivare i colpi. Presa dalla frustrazione, tentò di strangolarlo con la Forza, ma al Sith, molto più potente e con molta più esperienza di lei, bastò un cenno della mano per liberarsi. Ciò che la faceva infuriare ancora di più era il fatto che non fosse nemmeno arrogante, ma più accondiscendente, come se stesse avendo a che fare con i capricci di una bambina, piuttosto che con la figlia infuriata del Signore Oscuro dei Sith.

Obskura lanciò un grido di rabbia e attaccò nuovamente. Questa volta Xuir si mosse. Le afferrò il braccio armato, spegnendole di forza la spada laser, e glielo girò dietro la schiena, bloccandola contro di lui. Non era una stretta dolorosa, eppure, nonostante quello, riusciva a malapena a muoversi. Lo sentì schioccare la lingua e scuotere il capo lentamente, poi percepì un formicolio alla base del collo e prima che potesse impedirglielo, lui le era entrato nella mente.

Così mi deludi, giovane Obskura.

La sua voce rimbombò nella sua testa, in modo quasi doloroso. Dire che Nexar le aveva insegnato a contrastare gli attacchi mentali, trucchetti che i Jedi usavano spesso in battaglia. Aveva passato molte ore a meditare, fortificando le sue barriere. Eppure, quell’uomo le aveva superate con una facilità sconcertante, nemmeno si fosse trattato di un muro di sabbia, spazzato via dalla potente marea.

«Lasciala!» Sollevarono entrambi gli occhi su Khraven, che era alle spalle di Ombra, la spada laser rossa a pochi centimetri dal suo collo. «Lasciala o la tua allieva farà una brutta fine.»

Percepì immediatamente il corpo di Xuir irrigidirsi e un ringhio basso gli vibrò in gola, ma Obskura era bloccata dal terrore dall’espressione della ragazzina: era annoiata. Un Assassino dell’Ordine Sith la stava minacciando e lei era annoiata. I suoi occhi viola erano calmi, pacati, quasi vitrei, pareva senza emozioni. Il tempo parve rallentare all’improvviso, mentre Ombra spostava i suoi occhi fra Khraven e Obskura. Un ghigno inquietante le distorse il viso quasi angelico, poi, all’improvviso e totalmente dal nulla, un laser viola trapassò lo stomaco di Khraven. L’Assassino perse la presa sulla sua spada laser e sulla ragazzina, che fece un passo e tirò avanti il braccio, armato di una spada laser. Ombra si voltò lentamente verso Khraven, che cadde in ginocchio di fronte a lei. La dominatrice oscura sollevò una mano e le ombre intorno a loro esplosero, avvolgendo totalmente il corpo di Khraven.

Xuir la liberò all’istante, correndo al fianco della ragazzina e osservandola da capo a piedi. «Stai bene? Ti ha ferita?»

Obskura cadde in ginocchio. «Chi? Da chi sono state uccise tutte le spie?»

Il Sith la guardò, ogni tipo di compassione cancellato dall’odio. «Da me. Ombra è innocente.» In un battito di ciglia, attivò la sua spada e il laser rosso creò un perfetto buco sferico nella fronte di Khraven. «Ma io non lo sono.»

Il cuore di Obskura si fermò per qualche istante, togliendole il respiro. Aveva visto la crudeltà dei Jedi, l’aveva subita sulla sua pelle e la stessa cosa si poteva dire dei Sith, ma aveva sempre pensato che una creatura come Xuir, che si era convertito al lato oscuro per vendicare la morte di persone innocenti, non sarebbe mai stato capace di tali atrocità.

Quanto si era sbagliata!

Il grido che le uscì dalla bocca era quasi inumano, straziante. Si ferì la gola, ma tutte le sensazioni erano offuscate dal dolore della morte del suo compagno. L’unica persona che le avesse mai riservato un po’ di gentilezza e amore fra le fila dell’Ordine Sith. Come avrebbe fatto da sola? Lì dentro tutti la odiavano. Pensavano che ricevesse chissà quale trattamento di favore. Certo! Era quello il trattamento di favore! Essere stata inviata su quel pianeta a morire… Però, le aveva concesso di portarsi dietro il suo compagno. Così, almeno, non sarebbe morta da sola.

Bella roba!

«Uccidimi.»

Non era certa a chi dei due si stesse riferendo. Non le importava nemmeno di diventare una barzelletta per i suoi compagni Sith, se fosse stata ammazzata da una ragazzina di appena tredici anni.

Tanto, che differenza fa? Se non mi uccidono loro, lo farà Nexar.

«E perché dovremmo?» La voce ironica di Ombra le fece sollevare gli occhi. «Fa male, vero? Vedere le persone che ami morire, intendo.» La ragazzina camminò verso di lei, prima di inginocchiarsi e darle delle affettuose pacche sul capo, come avrebbe fatto con un cucciolo bastonato. «Prima i Jedi hanno distrutto la mia famiglia. In seguito, tuo padre ha rapito mia sorella. E ora, tu e il tuo compagno volevate separarmi dal mio Maestro?» La presa sul suo capo stava diventando dolorosa, ma Obskura era terrorizzata dall’odio che vedeva nei brillanti occhi viola di una tredicenne: nemmeno lei aveva mai provato un tale disprezzo per gli esseri umani, a prescindere che fossero Jedi o Sith. «Le ferite più dolorose non sono quelle del corpo, ma dell’animo. Il corpo guarisce, ma l’anima rimarrà spezzata per l’eternità, anche dopo la morte.» La liberò e Obskura cadde all’indietro, mentre Ombra tornava dal suo Maestro. «Ah, e ovviamente il mio Maestro mi ha ordinato di non ucciderti.»

Spostò lo sguardo su Xuir, che si strinse nelle spalle. «Dopo tutto il lavoro che ho fatto per salvarti, non potevo permettere che tu morissi per mano della mia allieva.» Sorrise alla ragazzina. «Le dai tu un passaggio fino alla sua nave?»

Ombra sollevò una mano e all’improvviso Obskura si ritrovò inglobata in un’oscurità accecante e tutt’altro che silenziosa. Miliardi di voci si confondevano l’una con l’altra, gridavano per farsi sentire e minacciavano di assordarla. Tentò di portarsi le mani alle orecchie, ma si accorse che le sue braccia pesavano molto più del solito. Fortunatamente, durò pochi secondi e quando la luce delle due lune l’abbagliò, si ritrovò sulla spiaggia, la nave con cui erano arrivati al suo fianco.

Tentò di tirarsi in piedi, ma era totalmente senza forze. Che cosa poteva fare adesso? Le parole di Ombra le rimbombarono nella mente: il corpo guarisce, ma l’anima rimarrà spezzata per l’eternità. Mai parole più vere furono pronunciate da un essere umano. Poteva quasi percepirla… La sua anima, in pezzi, già crepata dall’uccisione dei suoi genitori e del suo fratellino mai nato e poi totalmente distrutta dalla morte dell’uomo che amava. Forse, la cosa migliore da fare era tornare su Korriban e lasciare che suo padre la uccidesse. Se fosse morta, si sarebbe riunita con Khraven e la sua famiglia.

Un improvviso conato le svuotò lo stomaco già vuoto, ma quando si riprese si sentiva leggermente più leggera. Si tirò in piedi e si trascinò fino alla nave. Salì a bordo e si sedette al suo posto. Le parve di vedere del movimento con la coda dell’occhio al suo fianco, dove poche ore prima era stato seduto Khraven. La sua assenza la colpì con la stessa forza di un asteroide. Si portò una mano al cuore: faticava a respirare.

Sì, sarebbe tornata su Korriban e avrebbe permesso a suo padre di ucciderla. Non aveva paura di morire. Nemmeno quando aveva visto i suoi genitori morire aveva pensato alla sua di vita, non le interessava. Ciò che Liora e Obskura avevano sempre desiderato, la prima apertamente e la seconda in silenzio, era una vita normale, come tutti gli altri, lontana da quello strano potere che le scorreva nelle vene, lontano dal sussurro costante della Forza, lontano dai pericoli dei giochi di potere fra i due Ordini a capo della Galassia.

La sua mano si mosse da sola, ma la rotta inserita non era quella per Korriban. Aveva la vista offuscata dalle lacrime, ma conosceva a memoria le coordinate del pianeta dei Sith e quelle non lo erano. Non era nemmeno certa di sapere che rotta avesse inserito. Eppure, quando andò per cambiarla, la sua mano si congelò a mezz’aria.

Non lo fare.

Le venne da ridere: il solito sussurro indistinto della Forza ora aveva la voce di Khraven. Probabilmente era il modo di prenderla in giro del lato oscuro. Perché la Forza non poteva semplicemente lasciarla stare? Non le aveva già rovinato la vita abbastanza? Che altro poteva volere da lei, che mai aveva chiesto questi poteri? Si asciugò le lacrime con rabbia e provò nuovamente ad avvicinare la mano ai controlli, ma questa volta fu una mano eterea a prenderle il polso. Obskura voltò il capo di scatto e cacciò un grido, balzando in piedi dalla sedia e attivando la sua spada: seduto sul sedile del copilota, a guardarla con occhi confusi ma divertiti, c’era il fantasma di Khraven.

Chiaramente Obskura aveva sentito parlare di fantasmi della Forza. Sapeva che potevano apparire sia ai Jedi che ai Sith, ma non avrebbe mai pensato che potessero farlo a così breve distanza dalla loro morte corporea. Forse, Khraven aveva percepito il desiderio di farla finita e di raggiungerlo, per questo si era sbrigato ad apparire a lei? Allungò una mano, ma chiaramente non poteva toccarlo. Era solo uno spirito, un dono della Forza per le persone che erano ancora in vita e necessitavano di una guida. Le sue ginocchia cedettero e lei si raggomitolò sul sedile, piangendo. Un vento freddo ma gentile, come una carezza, le sfiorò le spalle e lei seppe che Khraven la stava abbracciando. Non sarebbe rimasto con lei per sempre, ne era consapevole, ma per ora ne aveva bisogno, più dell’aria che respirava.

Tranquilla, Obskura, non sei da sola, ma non puoi tornare su Korriban.

Si asciugò le lacrime e prese un lungo respiro tremante. «Dove mi stai mandando?»

Khraven sapeva che stava parlando delle coordinate che le aveva fatto inserire.

In un luogo sicuro. Fidati di me… Fidati della Forza. La Forza mi aveva già avvisato da tempo e quindi mi sono mosso per darti un futuro più stabile e sicuro.

Fidarsi della Forza? Dopotutto quello che le aveva fatto? Guardò Khraven e alla fine, lentamente, annuì: forse non si fidava più della Forza, ma per lui sarebbe andata fino ai confini della Galassia e ritorno ad occhi bendati. Attivò i motori e confermò la rotta, per poi lasciare indietro quel dannato pianeta e il cadavere dell’uomo che amava. 




Jakku – 13 anni alla battaglia


Obskura atterrò seguendo le indicazioni di attracco del porto spaziale. Scese dalla nave e venne investita dal calore intenso del pianeta desertico di Jakku. Era stanca morta, le ginocchia le tremavano, ma doveva assolutamente seguire le indicazioni di Khraven e trovare l’uomo che l’avrebbe aiutata. 

Si immise per le strade affollate del mercato principale. Il caldo non fermava di certo i commercianti, che cercavano di vendere la loro merce al miglior offerente. Comprò al volo qualcosa da mangiare e da bere, mentre seguiva il fantasma di Khraven. Nessuno lo vedeva, ma la sua presenza si faceva comunque sentire, visto che tutti lo evitavano, senza veramente passargli attraverso. Solo una bambina venne attirata da lui. Era insieme ai suoi genitori. Aveva lunghi capelli neri e due occhi onice. Indossava una tunica rossa e nera. Obskura era certa di aver già visto quegli abiti da qualche parte. Comunque, la bambina doveva essere particolarmente sensibile alla Forza. Confusa, richiamò sua madre e suo padre e indicò il fantasma di Khraven.

Attenta!

Mormorò la voce di Khraven nella sua mente.

Lui è Lord Zarrus, mentre lei è la sua compagna, una delle Sorelle della Notte più potenti del Clan delle Sorelle della Notte, si chiama Neris. Aggirali.

Obskura si affrettò ad allontanarsi, ma Neris dovette percepirla, perché i loro sguardi si incrociarono e percepì distintamente un brivido salirle lungo la spina dorsale: era davvero molto potente. Distolse lo sguardo, si tirò su il cappuccio del mantello, nonostante il caldo afoso, e proseguì. Sentiva quegli occhi neri addosso. Non sapeva molto sulle Sorelle della Notte, oltre al fatto che fossero un Clan di streghe. Rabbrividì: aveva avuto abbastanza esperienze con le streghe, non voleva più vederne una per i prossimi dieci anni almeno.

Si guardò alle spalle, cercando di capire se li avesse seminati, e andò a sbattere contro qualcuno. «Oh, mi dispiace…»

La voce le morì in gola: davanti a lei c’erano due Jedi, poco più grandi di lei e una di loro era sicuramente una Sorella della Notte. Obskura si fece indietro: dalla padella nella brace! Lei aveva lunghi capelli lisci arancioni e due occhi grigi svegli e gentili. Il suo compagno, ovvio, visto che si stavano tenendo per mano, aveva i capelli corti e due glaciali occhi azzurri.

Vattene! Loro non sono un problema, ma il loro Maestro sì.

Khraven non fece in tempo ad avvisarla, che Obskura percepì un pericolo alle sue spalle. Si voltò di scatto e il terreno le venne tolto da sotto i piedi: era il Jedi che aveva ucciso i suoi genitori. Obskura fece un passo indietro, congelata dal terrore. Doveva essere il suo giorno sfortunato! Come si chiamava? Kai… Kai Dar-Vantos. I suoi occhi glaciali le misero i brividi. Era cambiata molto dall’ultima volta che si erano visti: lei era cresciuta e lui era invecchiato, ma la Forza l’aveva sempre messa in guardia da lui, come se fosse un nemico molto più pericoloso di quanto non immaginasse. Obskura era certa di poterlo affrontare, dopo il suo scontro con Xuir e Ombra, ma era anche tremendamente stanca e le forze iniziavano ad abbandonarla. Le ginocchia le tremavano. In quel momento, percepì un formicolio alla base del cranio e istintivamente rinforzò le barriere mentali: Kai stava tentando di capire dove avesse già visto il suo viso.

Meglio non dargli motivo per ricordarsene ed evitare lo scontro: fece un profondo inchino, nascondendo il suo volto al Jedi. «Mi dispiace, ero soprappensiero e non mi ero accorta di voi.»

Sentì delle mani prenderle le spalle e tirarla indietro. «Maestro, percepisco due potenti interferenze nella Forza. Temo che ci sia qualcuno che ci segue.»

Il Jedi più giovane voltò impercettibilmente il capo verso di lei e le fece cenno di andarsene. Obskura rimase confusa, ma non fece domande e sgusciò via: perché quei due Jedi l’avevano difesa? Non che avesse preferito il contrario. Non era comunque lei la persona che li stava seguendo. Non li conosceva e non aveva alcuna intenzione di rimanere a chiacchierare con Kai-Dar Vantos. Non dopo quello che aveva fatto alla sua famiglia… Alla sua vita.

Scosse il capo per allontanare quei pensieri e tornò a seguire il fantasma di Forza di Khraven. La portò in un piccolo locale. Non c’erano tante persone, ma le poche presenti gridavano l’una sopra l’altra, quasi a fare a gara a chi riuscisse a farsi sentire di più. Almeno, lì dentro, nessuno fece minimamente caso a Khraven… O a lei. Obskura prese un enorme respiro profondo e andò al bancone. Si sedette e le venne immediatamente servito qualcosa da bere. Guardò il barista con sguardo confuso: non aveva ordinato nulla. In missione, era proibito bere e anche all’interno della Fortezza Sith era altamente sconsigliato. E non perché l’alcol fosse proibito, ma perché c’era sempre il rischio che si trattasse di una bevanda corretta con del veleno. Aveva subito vari attacchi del genere, soprattutto da Syphira, quindi ora il suo corpo aveva raggiunto un punto in cui nessun veleno avrebbe potuto ucciderla, ma la prudenza non era mai troppa.

Stava per ringraziare l’oste, quando una mano le prese il bicchiere e un uomo si scolò il contenuto tutto d’un fiato. «Amico, fanne due doppi. Uno per me e uno per la mia socia, qui.

Socia? Chi è questo?

Era ben un volto conosciuto, ma in quel momento non riusciva bene a ricordarsi dove l’avesse già visto. «Ci conosciamo?»

L’uomo le sorrise. «Diciamo di sì, anche se immagino che non ti ricorderai di me. Ho avuto più a che fare con tuo padre, che non con te… Beh, con Nexar e con il tuo… Cos’era? Il tuo compagno?»

«Khraven. Si chiamava Khraven.»

«Chiamava? Perché? È morto?»

«Lo vedi in giro, per caso?»

L’uomo fece un sorriso mesto e alzò le mani in segno di resa. «Okay, perdonami, non lo sapevo. Mi dispiace.»

Fu in quel momento che si ricordò di quell’uomo. «Tu sei il contrabbandiere!»

«In persona.»

L’unica persona ad essersi avvicinata a Xuir e Ombra ed essere sopravvissuta abbastanza da raccontarlo. Il perché la stesse chiamando socia era ancora un mistero. Aveva relativamente un buon ricordo di lui. L’aveva effettivamente solo intravisto, ma era stato gentile ed educato con lei. Le era quasi sembrato che non gli importasse di essere al cospetto del Sith più potente della Galassia. Lui era lì solamente per la sua missione e per i soldi che questa gli avrebbe procurato.

I contrabbandieri erano così: non si schieravano mai. Lavoravano quando volevano e con chi volevano. Seguivano i movimenti del mercato e dei soldi. Erano solitamente estremamente intelligenti e benvoluti ovunque andassero. Per la Repubblica erano criminali di bassa lega, tanto che non perdevano tempo a dare loro la caccia e ad arrestarli. I Jedi e i Sith li usavano come spie o come rivenditori a buon mercato di pezzi di navicelle spaziali od oggetti particolarmente rari. I migliori erano in grado di trovare letteralmente un ago in un pagliaio, se pagati abbastanza per farlo.

Non le sarebbe dispiaciuta una vita del genere. Dopotutto, la materia grigia non le mancava e nemmeno il desiderio di vivere una vita a modo suo. Avere la libertà di scegliere per sé stessa le avrebbe dato la possibilità di liberarsi dalle catene di suo padre.

L’uomo le passò un HoloCube. «Mi serve una mano per una missione. Qualche mese fa, Khraven mi aveva contattato e mi aveva fatto il tuo nome, ma mi aveva fatto promettere che non ti avrei cercata. Dovevi essere tu a venire da me.» Le sorrise. «Voi manipolatori della Forza vedete tutti nel futuro?»

Obskura scosse il capo. «No, non tutti, è un’abilità particolare ed è solitamente roba da Jedi. Khraven… È troppo complicato da spiegare.»

Una mano apparve nel suo campo visivo. «Rilo Vann, ma qui tutti mi conoscono come Skippy

Obskura non riuscì a trattenere una risata. «Skippy

«Ci sono stati ben venti mandati di cattura a mio nome.» Lo disse con orgoglio, facendole l’occhiolino. «Ma per qualche strana ragione, a me sconosciuta, ovviamente, ne sono sempre uscito pulito. Per questo, dopo un po’, i miei… Colleghi, chiamiamoli così, hanno iniziato a chiamarmi Skippy.» Si voltò totalmente verso di lei. «Allora, che ne dici, Obskura, mi darai una mano?»

Il barista portò il loro ordine e Obskura prese il bicchiere: la decisione non era mai stata più facile di così.

Fece cozzare insieme i due bicchieri, poi bevve tutto d’un fiato. «Perché no? Potrebbe essere divertente.» 




Cantonica – 13 anni alla battaglia


E fu così che Obskura si ritrovò invischiata in quella nuova vita. Non aveva mai visitato quel pianeta, ma anche solo guardarlo dall’alto le faceva venire il mal di testa. Si stavano dirigendo verso Canto Bight, luogo sede del più grande e importante casinò della Galassia. In quel luogo si riuniva gente di tutti i tipi, ma tutti con due cose in comune: tanti soldi e cattive intenzioni.

Skippy era frequentatore assiduo del casinò. Lui lo definiva il suo mercato personale. Era il luogo migliore dove trovare lavori semplici, quasi noiosi, ma pagati una fortuna. A quella gente poco importava di spendere per delle cose assurde, fintanto che il contrabbandiere portava a termine il suo lavoro in modo decente e senza far sporcare la reputazione al suo egregio datore di lavoro.

Nel viaggio verso Cantonica Obskura era riuscita a riposare un po’. La nave del suo nuovo amico era confortevole e ben attrezzata. Aveva mangiato e con la pancia piena il sonno era arrivato subito. Al suo risveglio, il fantasma di Khraven era sparito, ma lo percepiva nella Forza ed era vicino. Era tornata giusto in tempo in cabina di pilotaggio per vedere i lussuosi alberghi, negozi e luoghi ricreativi dall’alto, mentre si dirigevano verso il casinò. Era stato allora che Skippy le aveva spiegato la missione: si sarebbero dovuti introdurre negli archivi segreti del casinò e recuperare alcuni registri di un cliente assiduo, che in quel momento era nei guai fino al collo con la Repubblica. Non le era dato sapere il nome e comunque non le interessava nemmeno.

Chiaramente, quelle informazioni non erano in bella vista e nemmeno tenute sulla scrivania del proprietario, ma rinchiuse nel famoso caveau del casinò, chiamato in gergo la fortezza impenetrabile. Gli sarebbe stato impossibile raggiungere quel luogo senza l’aiuto di un manipolatore della Forza, ma ai Jedi non poteva chiedere di certo e i Sith… Beh, Nexar l’aveva pagato, ma l’aveva anche minacciato una decina di volte di una morte terribile, lunga e dolorosa. Quindi, preferiva rimanersene lontano da Korriban. Avrebbe potuto chiedere a delle streghe, ma negli ultimi anni si erano date alla macchia. Skippy diceva che era per via di un problema con i Jedi, che sembravano impazziti. Davano la caccia a chiunque loro credessero fosse anche minimamente sensibile alla Forza. Avevano distrutto interi villaggi e sterminato intere comunità di streghe, finché queste non avevano deciso di nascondersi e allontanarsi dalla civiltà.

È quello che è successo a me e a mia madre.

Alla domanda sul perché lo facessero, Skippy aveva risposto con un’alzata di spalle: non ne aveva alcuna idea, ma immaginava che fossero robe da Jedi, come aveva detto lei. Non tutti i Jedi, però, erano d’accordo con quelle manovre. Dopotutto, Eriaar si era convertito al lato oscuro solo perché aveva tentato di proteggere Obskura e sua madre dal suo Maestro Jedi. Per di più, su Jakku, due giovani Maestri Jedi l’avevano aiutata. Chissà, magari la nuova generazione avrebbe portato un cambiamento positivo.

«Tornando a noi…» Obskura tornò a concentrarsi sulla missione e su Skippy. «Il tuo aiuto sarà fondamentale per la buona riuscita di questa missione.»

«Non avrai di che lamentarti.» Gli promise. «Sono stata addestrata bene.»

«Ah!» La risata di Skippy aveva un che di profondamente ironico. «Non lo metto in dubbio, Obskura… Che poi, vuoi davvero continuare a chiamarti Obskura? Lo sai che puoi scegliere un nuovo nome, vero?»

In realtà, ci aveva pensato anche lei, ma non le pareva giusto. Liora era morta insieme a sua madre, suo padre e il suo fratellino mai nato per mano dei Jedi. Obskura era tutto ciò che le rimaneva di sé stessa. Non poteva, e non voleva, cancellare ciò che aveva fatto, ciò che aveva vissuto come Sith, perché avrebbe significato eliminare anche Khraven e quello l’avrebbe devastata.

Rivolse un timido sorriso a Skippy. «Chissà, magari un giorno anch’io otterrò un nomignolo come il tuo, Rilo.»

Vedendo la sua mano sollevarsi sulla sua testa, Obskura s’irrigidì e si fece istintivamente indietro, ma Skippy le diede delle gentili e amichevoli pacche sul capo. «Farai molta strada, Obskura, ne sono certo. Per ora, vediamo come te la cavi in missione.» 




Quando lasciarono la nave, sia Skippy che Obskura erano vestiti di tutto punto. C’era un dress-code particolarmente rigido per entrare al casinò. Skippy indossava un lussuoso abito bianco, che faceva risaltare particolarmente la sua pelle ambrata e i suoi lunghi capelli ricci e neri, legati con cura in una treccia cerimoniale tipica della sua cultura. Obskura indossava un lungo abito rosso, scollato e con uno spacco sulla coscia. Il tessuto di cui era fatto era chiaramente costoso e le accarezzava la pelle con dolcezza. Si sentiva un po’ troppo svestita, era abituata alle armature in pelle nera, attillate e che le coprivano l’intero corpo, ma Skippy la rassicurò più di una volta che stava davvero d’incanto. Obskura si chiese per qualche secondo cosa avrebbe pensato Khraven, a vederla in quello stato, ma era meglio allontanare il pensiero: non voleva richiamarlo in quel momento.

Più si avvicinavano alle due guardie all’ingresso e più la sua sicurezza veniva meno. Sapeva di essere una manipolatrice della Forza potente, ma non aveva mai fatto una cosa del genere. Senza contare che non sembravano molto amichevoli. Guardavano tutti i clienti dall’alto in basso, con sguardo truce e minaccioso. Non che si aspettasse qualcosa di diverso da quello, insomma, dopotutto si trattava del casinò più importante e losco dell’intera Galassia. Skippy l’aveva già avvisata che la sicurezza sarebbe stata una grossa spina nel fianco.

Quando toccò a loro, i due uomini all’ingresso riconobbero all’istante Skippy. «Ma guarda, il simpatico Skippy. La Repubblica non è ancora riuscita ad arrestarti?»

Skippy si indicò, mostrandosi indifeso e confuso. «A me? E per che cosa? Sono l’uomo più onesto della Galassia.»

La seconda guardia indicò Obskura con un cenno del capo. «Cos’è? Ti sei fatto la fidanzatina?»

«Divertente, ma no.» Skippy le avvolse le spalle con un braccio. «Lei è la mia nuova socia in affari. Si chiama Obskura.»

Fu in quel momento che il primo notò la spada laser agganciata al suo fianco. «Non sarà mica una Sith. Le conosci le regole: niente Jedi e niente Sith.»

«Non sono una Sith.» Replicò Obskura. «Non hai sentito Skippy? Sono la sua socia in affari.»

«E quella spada laser?»

Obskura si strinse nelle spalle. «L’ho rubata. La Sith a cui apparteneva era caduta in battaglia e, beh, io mi sono appropriata della sua spada laser.»

I due si guardarono per qualche momento, poi uno dei due scosse il capo. «Mi dispiace, senza un invito formale, non possiamo farvi entrare.»

Skippy fece per ribattere, ma Obskura lo fermò. Questo era un trucchetto da Jedi, ma anche i Sith sapevano giocare con la mente altrui. Si concentrò sulle loro barriere mentali. Era rarissimo che una persona non sensibile alla Forza avesse anche la minima capacità di costruire resistenti barriere mentali, infatti le fu semplice insinuarsi nei loro pensieri. Fece attenzione a non penetrare con la forza, altrimenti li avrebbe compromessi e non è ciò che voleva lei.

Quando fu sicura di aver una salda morsa sulle loro menti, sollevò una mano e la mosse davanti ai loro occhi in un movimento semicircolare da sinistra a destra. «Noi possiamo passare.»

I due uomini si fecero da parte e all’unisono ripeterono. «Voi potete passare.»

Skippy premette insieme le labbra, probabilmente per evitare di scoppiare a ridere, poi fece un cenno col capo. «Ma che gentili! Grazie e buon lavoro, ragazzi.»

Una volta dentro, Obskura liberò i due uomini, assicurandosi che del loro passaggio non ci fosse nemmeno l’ombra nella loro mente. Una volta che furono abbastanza lontani dall’entrata, Skippy cominciò a saltellare contento, dicendole quanto fosse stata mitica. Obskura fece un piccolo sorriso: nemmeno Khraven si era mai spinto oltre il sei stata brava. Mitica era un aggettivo che non le era famigliare, eppure sentirlo dire, da quel contrabbandiere sconosciuto, era stranamente confortante.

E a quanto pareva, Skippy conosceva davvero tutti i clienti del casinò. Non riusciva a fare un passo che qualcuno lo fermava per salutarlo e scambiare due chiacchiere. Le donne guardavano con invidia Obskura, soprattutto la sua mano, poggiata al sicuro nell’incavo del gomito di Skippy. Nonostante avesse l’età di suo padre, Rilo Vann era sicuramente un bell’uomo. Aveva lineamenti decisi, ma non rigidi. La sua pelle ambrata, sotto le luci intense del casinò, sembrava quasi oro. Il suo sorriso era smagliante e gentile. I suoi occhi avevano una sfumatura rosa chiaro, in netto contrasto con la sua pelle più scura. Era anche un uomo che si teneva in forma… Beh, un contrabbandiere doveva essere forte e veloce a qualsiasi età, non la stupiva più di tanto che non fosse un vecchio bavoso e grasso. Ad aggiungersi a tutte queste qualità c’era anche un’intelligenza veloce e acuta. Un contrabbandiere poteva arrivare a quel prestigio solo con una certa materia grigia di sostegno.

Finalmente riuscirono a raggiungere il bar e a prendere un sospiro di sollievo. Ora cominciava la vera missione. Skippy avrebbe proseguito con i suoi soliti giri, avrebbe fatto due partite con i suoi clienti abituali e ad un certo punto Obskura si sarebbe staccata da lui per dirigersi verso il caveau. Lei poteva tranquillamente nascondersi usando la Forza e poteva giocare con la mente umana. Le sarebbe stato semplice raggiungere il caveau e ancora di più entrarci. L’unica regola che le aveva dato Skippy era: niente combattimenti. Certo, ovvio, se avesse versato del sangue, Skippy avrebbe potuto dire addio al suo mercato.

Skippy sollevò il suo bicchiere e le sorrise. «Pronta?»

Obskura bevve tutto d’un fiato. «Sono nata pronta.»

Il contrabbandiere rise, poi la imitò. «Allora, diamo il via alle danze, socia.»

Il duo tornò a mischiarsi con i clienti del casinò. Skippy mise su il suo sorriso più smagliante e anche Obskura cominciò a far amicizia con quelli che, se tutto fosse andato come doveva, sarebbero diventati anche i suoi clienti. Scoprì in fretta quanto quella realtà le piacesse e quanto si sentisse a suo agio, come se lo avesse fatto da una vita. Era un’abile e interessata conversatrice. In mezzo a tutte quelle persone sconosciute, in una realtà totalmente diversa a quella a cui era abituata, Obskura si sentiva finalmente a casa.

Passarono da un gioco all’altro. Skippy li vinceva tutti e anche la sua di fortuna crebbe velocemente. Ad un certo punto, Obskura si scusò dal gruppo che si era formato e si allontanò. Lentamente, per non attirare l’attenzione su di sé, si circondò con la Forza, come un mantello, finché non fu certa che le persone non la notassero più. Non era invisibile, più trasparente. Le fu semplice superare il bar, allontanarsi dalla folla e raggiungere le porte di servizio. Due erano scoperte, ma quelle centrali, le più grandi e pesanti, erano controllate da due guardie umane. Obskura camminò verso di loro tranquilla, si agganciò alla loro mente e spezzò le loro barriere.

«Come si arriva al caveau?» Chiese con voce melliflua.

La guardia spostò due occhi vitrei e assenti su di lei, come se non la vedesse per davvero. «Basta scendere le scale. Troverai tre porte. La centrale si apre su un immenso burrone. Quella a sinistra su una piscina di magma. Quella a destra è giusta, ma c’è Narglatch a difesa del caveau.»

Ma non mi dire.

«E come si chiama?»

«Voska.» Rispose la seconda guardia. «Si chiama Voska. È una femmina particolarmente aggressiva.»

Obskura annuì lentamente: non si aspettava nulla di diverso da un luogo chiamato fortezza impenetrabile. Certo che usare un Narglatch era piuttosto scontato. C’erano creature molto più pericolose nella Galassia… Più difficili da prendere e addomesticare, ma sicuramente più difficili da superare, anche per una Sith esperta e potente come lei.

Inutile fasciarsi la testa prima del tempo. Ordinò ai due uomini di aprirle i portoni, poi entrò. Si trovò davanti ad una rampa di scale, che spariva nel buio. Prese la sua spada laser e l’attivò: anche con quella luce non riusciva a vedere il fondo. Non c’era nulla che la spaventasse più di tanto. In poche ore aveva visto cose davvero spaventose: un drago fatto d’ombra, la sua padrona e il Maestro della dominatrice oscura, che aveva ucciso il suo compagno davanti ai suoi occhi. Un Narglatch era l’ultimo dei suoi problemi e delle sue preoccupazioni per quel giorno. Si era riposata durante il viaggio, ma necessitava di molto più riposo per riprendere totalmente le forze.

Scese per molti metri. Poteva percepire la pressione intorno a lei cambiare. La Forza era tranquilla intorno a lei e le faceva percepire la creatura che l’attendeva dietro alla porta sulla destra. Si faceva sempre più intensa. Doveva essere un esemplare particolarmente grande per generare una tale potenza. Scese finalmente l’ultimo gradino e si ritrovò davanti alle tre porte. Andò dritta per quella di destra, senza effettivamente mettere alla prova le altre due.

La spalancò e si ritrovò in una stanza più piccola del previsto. Davanti a lei c’era l’enorme porta blindata del caveau del casinò, ma, a frapporsi fra lei e il suo obiettivo, un gigantesco Narglatch le stava già ringhiando addosso. Era un esemplare di dimensioni insolite, sia per una femmina che per un maschio della sua specie. La creatura si sollevò sulle zampe posteriori e ruggì, facendo tremare le pareti intorno a loro. Obskura schioccò le dita e la porta si chiuse alle sue spalle. La Forza circondò le pareti interne, isolando lei e il Narglatch dal resto del casinò. La creatura balzò su di lei, ma Obskura si limitò a sollevare una mano e distruggere le sue debolissime difese mentali.

Le atterrò a pochi centimetri dal viso, guardandola con due grandi occhioni improvvisamente innocenti, e Obskura le ordinò. «Seduta, Voska.» La creatura le obbedì e lei rise dolcemente, accarezzandole il musetto, che a guardarlo bene era davvero tenero. «Brava Narglatch. Quei cattivoni se la prenderanno con te sicuramente, quindi perché non vieni con me?» Voska tirò fuori la sua lunga e ruvida lingua e le scartavetrò mezza faccia, facendola ridere. «Dire che è un sì. Da brava, mettiti a cuccia e aspettami.»

La creatura si allontanò da lei e si rannicchiò in un angolo della stanza. Obskura, invece, si concentrò sull’enorme porta blindata d’acciaio. Permise alla Forza di iniziare a scorrerle nelle vene con sempre maggior intensità. Sollevò una mano, il palmo aperto rivolto verso il caveau e concentrò la Forza nei cardini della porta. Lentamente iniziò a chiudere le dita e la Forza, seguendo il movimento, chiuse il caveau nella sua morsa. I cardini iniziarono a cigolare. Minuscole crepe si aprirono nel metallo, allargandosi e allungandosi sempre di più. Voska sollevò il capo e drizzò le orecchie, preoccupata dall’improvviso rumore. Quando fu certa che ormai la porta stesse in piedi e chiusa solo grazie alla Forza, tirò indietro il braccio e questa seguì il movimento, crollando a terra con un tonfo metallico che fece vibrare le sue ossa.

Obskura sorrise orgogliosa ed entrò. C’era un terribile odore di chiuso e faceva un freddo glaciale. Era circondata da soldi, oro e plichi e plichi di cartelle. Si chiese per qualche secondo perché non usassero un tipo di memoria digitale, ma aveva ben altro a cui pensare. Doveva trovare i documenti sul cliente di Skippy e doveva farlo in fretta: non aveva tutta la notte. Le persone avrebbero iniziato a farsi troppe domande, se lei non fosse tornata al fianco del suo socio in tempi brevi. Aveva memorizzato le poche informazioni che le aveva dato Skippy sul suo misterioso cliente, quindi poteva provare ad usare la Forza per trovare quello giusto. Chiuse gli occhi e si concentrò. Presto, una linea di luce argentea si formò nella sua mente. Riaprì gli occhi e ne seguì le tracce. Iniziò a rovistare fra un plico di documenti. Non ne leggeva nemmeno i nomi. Si bloccò all’improvviso: la Forza stava facendo vibrare la cartella. Era quella giusta.

La infilò nella borsa, poi si voltò ed uscì dal caveau. Fece un cenno a Voska e le due risalirono le scale. Obskura si preoccupò di nascondere la sua nuova amica nella Forza, in modo nessuno potesse vederla. Tornò a passo svelto fino al bar, poi riprese a camminare con più tranquillità. Si immise nuovamente nel caos del casinò e cercò Skippy. Lo trovò più o meno dove l’aveva lasciato. Era stata brava: non era passato molto tempo da quando si era allontanata. Infatti, il suo nuovo amico la guardò confuso e Obskura si limitò a sorridergli e fare un leggerissimo cenno affermativo col capo. A quel punto, il volto di Skippy si aprì in un sorriso gigantesco e sollevato.

I due giocarono ancora qualche partita, giusto per non destare sospetti, poi iniziarono ad allontanarsi verso l’uscita. La morsa di Obskura sull’intero casinò evitava che qualcuno scendesse nel caveau, ma per mantenerla serviva davvero tanta energia e lei era esausta.

Gocce di sudore le imperlarono la fronte, prima di rigarle le guance. «Resisti.» Le sussurrò Skippy, salutando con un cenno della mano due guardie. «Siamo quasi arrivati alla nave.»

Obskura riuscì solamente ad annuire debolmente. Voska le diede dei gentili colpetti col muso al fianco: giusto, stava nascondendo anche lei. Per fortuna, la nave finalmente entrò in vista. I due salirono e quando il portellone si richiuse alle loro spalle, Obskura liberò la Forza intorno a Voska, che apparve vicino a Skippy. L’uomo cacciò un grido e cadde a terra, allontanandosi frettolosamente, fino ad andare a scontrarsi contro i muri della nave.

Puntò il dito contro Voska. «Cos’è quello?»

«E’ un Narglatch ed è una femmina.» Spiegò Obskura, confusa dalla reazione esagerata di Skippy. «Si chiama Voska. Non potevo lasciarla lì: una volta scoperto il caveau distrutto, le avrebbero dato la colpa e l’avrebbero uccisa.»

Voska si avvicinò lentamente all’uomo, che si attaccò alla parete, annusandolo incuriosita. «T-t-t-u s-sei proprio l-la figlia d-del Signore O-Oscuro dei S-Sith. M-Ma come ti viene in mente di portare con te una creatura carnivora come un Narglatch?»

Una fitta di mal di testa le mozzò il fiato in gola. «Starà buona e non ti farà nulla. Pensiamo ad allontanarci, se non vuoi ritrovarti l’intero esercito del casinò alle calcagna.»

Skippy strisciò lungo la parete, prima di alzarsi e scappare nella sala comandi. Obskura alzò gli occhi al cielo e ordinò a Voska di mettersi a cuccia. La Narglatch zampettò fino in un angolo e si raggomitolò, sbadigliando e cadendo in un sonno profondo l’istante dopo. Obskura sorrise e raggiunse Skippy, che aveva già acceso i motori. Si sedette sul sedile da copilota e preparò la nave all’iperspazio: voleva allontanarsi da quel pianeta il più velocemente possibile.

Il controllo diede loro il via libera. La nave si alzò in volo e si allontanò verso lo spazio aperto. Obskura resistette finché non furono fuori dall’atmosfera del pianeta, poi liberò il casinò dalla morsa della Forza. Fu come togliersi dalle spalle un enorme peso. Tirò un sospiro di sollievo e si appoggiò totalmente allo schienale. 




Iperspazio – 13 anni alla battaglia


Obskura si prese la borsa sulle gambe e tirò fuori la cartella, passandogliela a Skippy, una volta che l’uomo ebbe inserito il pilota automatico. «È stato più semplice del previsto.»

«Sì, ti sei fatta perfino un’amica.» Brontolò Skippy ironico. «Ma… Sei stata grandiosa, Obskura!» Le prese la cartella e la sfogliò velocemente. «Come sei riuscita a trovare quello giusto fra i cumuli, con quelle poche informazioni che ti avevo dato?»

Lei si strinse nelle spalle e osservò le luci delle stelle all’esterno. «Sono stata addestrata bene. Non sarò più una Sith, ma sono sempre la figlia del Signore Oscuro dei Sith.»

«Certo che voi Jedi e Sith amate la teatralità.» Ridacchiò Skippy, mettendo al sicuro la cartella e modificando le coordinate. «Avete tutti questi gradi importanti. I Jedi hanno il Gran Maestro e voi Sith il Signore Oscuro.» Si voltò leggermente verso di lei. «Se fossi rimasta lì, saresti diventata la Signora Oscura dei Sith?»

Rifletté su quella domanda attentamente. «No, non è così semplice. Il grado non è per forza passato di padre in figlio. Più da Maestro ad allievo. Avrei potuto diventarlo, se avessi ucciso mio padre. Solo così un allievo può prendere il posto del suo Maestro.»

«Ah, siete anche drammatici.» Ironizzò Skippy. «Senti, diciamoci la verità, secondo me sei fatta apposta per questo lavoro. Hai abbastanza testa per fare carriera, sei forte, sei addestrata all’uso della Forza e al combattimento. Hai anche quel pizzico di crudeltà che ti farà sopravvivere bene nella grande famiglia dei contrabbandieri.» Si alzò e le tese una mano. «Che ne dici, Obskura, ti va di unirti a me?»

Beh, dopotutto, è stato divertente… E io non ho un altro posto dove andare.

Si tirò in piedi e strinse la mano di Skippy. «Sarà un onore lavorare al tuo fianco, Rilo Vann, detto Skippy.» 




Mordaxa – 13 anni alla battaglia


Il Pianeta dove viveva Skippy era proprio come se l’era aspettata lei: pullulante di criminali, orbita instabile e il più lontano possibile da un avamposto della Repubblica. L’atmosfera era davvero inquietante. L’aria era a malapena respirabile. I tanti edifici, tutti appiccicati l’uno all’altro, erano sgangherati e probabilmente erano ancora interi per chissà quale miracolo della Forza. Ad Obskura venne quasi da ridere. La vita vera di quel pianeta e della sua gigantesca capitale si trovava sottoterra. C’erano una serie di tunnel che collegavano la capitale a porti spaziali segreti e lontani da occhi indiscreti, tutti protetti da scudi che li nascondevano dai radar delle navi della Repubblica.

Skippy allontanò la nave dalla capitale. Lui non amava le grandi città. Molti dei suoi incarichi prevedevano la massima sicurezza e riservatezza e… Come dire? La capitale di Mordaxa non era esattamente il luogo più sicuro della Galassia. Lì i muri avevano letteralmente occhi e orecchie. Quindi, lui si era ritirato a vita privata, nel bel mezzo del nulla, dove i suoi clienti potessero sentirsi a proprio agio e non spiati perfino dall’aria intorno a loro. Ed effettivamente non stava scherzando: all’improvviso, nel bel mezzo del nulla, qualcosa di metallo rifletté i pochi raggi che riuscivano a penetrare le dense nubi di Mordaxa.

Skippy atterrò morbidamente ad una distanza di sicurezza dalla sua casa, spense i motori e si alzò, tendendole una mano. «Siamo arrivati, Lady Obskura.»

Gli prese la mano e si lasciò tirare in piedi. Aveva dei modi gentili, anche se tendenti al facile flirt. La sua casa, però, era molto diversa da ciò che si era aspettata: non aveva nulla di squallido o losco, anzi, era costruita molto bene e aveva la parvenza di essere tenuta particolarmente bene. Era piuttosto grande, rispetto a quelle della capitale, tutte ammassate l’una sull’altra. La porta si aprì su un soggiorno lussuoso e ben curato. Skippy, fischiettando, andò subito al bar e si preparò qualcosa da bere. Le chiese se ne volesse un bicchiere anche lei, ma Obskura rifiutò, presa a guardarsi intorno meravigliata. Era quasi del tutto certa che molti di quegli oggetti fossero rubati e sicuramente non di proprietà di Skippy, ma dopotutto non ci si poteva aspettare nulla di diverso da un contrabbandiere del suo calibro.

Una vetrinetta, in particolare, attirò la sua attenzione.

Cristalli Kyber…

Alcuni erano anche particolarmente potenti. Emanavano energie molto forti. Si sentiva attratta da quello viola e da quello rosso. Ce n’era uno che onestamente non aveva mai visto: un Kyber nero. Era fra i più rari esistenti nella Galassia. Dove poteva averlo trovato Skippy?

«Dì un po’, anche questo l’hai trafugato dal casinò?»

Skippy si avvicinò alla vetrinetta con un bicchiere pieno. «Oh, ti piace, eh? Non ti dirò mai dove l’ho trovato. È un segreto.»

Lo guardò male, ma lo poteva capire: i Kyber neri non erano solo incredibilmente rari, ma anche estremamente pericolosi. Tenerne uno in bella vista in quella maniera era un rischio non indifferente. Incredibile che non avesse ancora attratto qualche creatura alla sua ricerca.

Obskura sbuffò. «Un nome una garanzia, proprio.»

«Puoi dirlo forte, socia.» Detto ciò, si stravaccò sul divano, lanciando via le scarpe e sollevando i piedi. «Perché non vai di sopra a sceglierti una stanza. La mia è quella centrale appena salite le scale, le altre sono libere e a tua disposizione.»

«Va bene, grazie.»

Obskura salì le scale e soffocò una risata: Skippy aveva manie di grandezza. Sembravano le porte per le stanze di un sovrano, piuttosto che di un contrabbandiere. Scosse il capo e proseguì. Andò fino in fondo al corridoio, osservando i vari dipinti appesi alla parete: erano decisamente tutti autentici e altrettanto ovviamente rubati. Quell’uomo aveva davvero dell’incredibile. Raggiunta la fine del corridoio, schiacciò il pulsante per entrare nell’ultima stanza. Un fuoco si accese automaticamente nel camino, iniziando a riscaldare la camera. Era probabilmente il luogo più confortevole che lei avesse mai chiamato casa. Aveva perfino un bagno privato! I suoi muscoli doloranti e tesi necessitavano di un po’ di ammollo in acqua calda, se non bollente.

Si spogliò lentamente e riempì la vasca. Fu un vero sollievo immergersi nell’acqua calda. Rilassò il capo sul bordo della vasca e chiuse gli occhi: poteva abituarsi a quella nuova vita. Un senso di quiete e di calma l’avvolgeva come una coperta. La sua mente era silenziosa… Finalmente! Non avrebbe più dovuto temere di essere attaccata ad ogni passo; non avrebbe più dovuto temere di far arrabbiare suo padre; non avrebbe più dovuto far del male a persone innocenti; poteva finalmente respirare.

Una lacrima solitaria le rigò la guancia.

Grazie, Khraven.

La sua presenza si fece più forte, ma non apparve.

Ti ho lasciato in buone mani, Obskura. Sarai al sicuro con lui. Vivi la tua vita come desideri tu. Sii felice. Questa è l’unica cosa che desidero per te.

La sua energia si stava facendo velocemente più debole: le stava dicendo addio e questa volta era per sempre.

Avrai sempre un posto nel mio cuore, Khraven.

La sua voce conteneva un sorriso, quando il suo fantasma di Forza sussurrò nella sua mente le ultime parole.

E io sarò per sempre al tuo fianco, amore mio.

Obskura scoppiò a piangere, ma lentamente il peso che sentiva sul cuore si affievolì sempre di più, fino a sparire totalmente. Adesso, nulla più la legava all’Ordine Sith… Nulla che per lei fosse davvero importante. Aveva pensato tante volte di scappare via con Khraven. Suo padre aveva Nyxara e il suo potere era ancora più raro e potente di quello di Obskura. Per quanto le dispiacesse per la bambina, Nyxara se la sarebbe cavata benissimo anche da sola. Aveva tutte le carte in regola per prendere il posto di suo padre. Un giorno, ne era certa, Nyx avrebbe ucciso Nexar e preso il suo posto come Signora Oscura dei Sith.

Prese un respiro profondo e lasciò andare tutto: suo padre, la sua vecchia vita, il suo primo amore… Davanti a lei aveva una nuova vita e l’avrebbe vissuta come voleva lei. 




Quella sera, dopo una sontuosa cena, Obskura si sedette alla sua scrivania. Sotto i suoi occhi c’era la sua spada laser, che prima era appartenuta a sua madre. Ricordava bene lo scontro fra lei e il Jedi Kai-Dar Vantos: la lama di sua madre era stata bianca, non rossa. Non sapeva esattamente cosa fare, ma il sussurro della Forza avrebbe guidato le sue azioni. Non poteva andare in giro con una spada laser rossa. Chi l’avrebbe vista, l’avrebbe sempre riconnessa all’Ordine Sith e questo era l’ultima cosa che voleva Obskura. 

Skippy le aveva dato la sua cassetta degli attrezzi, dichiarando che tutto ciò che c’era in quella casa era anche di sua proprietà ora. Aprì con attenzione lo scompartimento del cristallo Kyber e lentamente lo tirò fuori: non l’aveva mai visto così da vicino. Pulsava del potere del lato oscuro della Forza. Quando lo prese in mano, si accorse che stava letteralmente scottando. Il cristallo sapeva ciò che voleva fare e intendeva impedirglielo in ogni modo. Lo strinse fra i due palmi, escludendo il dolore, e se lo portò al cuore. Iniziò ad infonderlo di luce e del lato chiaro della Forza. Il Kyber iniziò a vibrare per lo scontro delle due energie contrastanti. All’improvviso, una potente esplosione di Forza la scaraventò via. Atterrò con un tonfo sul divano a due posti di fronte al focolare, le gambe all’aria. Per qualche secondo non riuscì a riempire i polmoni per via dell’urto, poi i suoi occhi si posarono sul cristallo Kyber, sollevato a mezz’aria sopra alla scrivania.

È bianco!

Balzò in piedi e tornò di corsa alla scrivania, osservando incredula il cristallo Kyber. «Ce l’ho fatta!» Lo toccò con attenzione, temendo che scottasse ancora, invece era freddo e pulsava di nuova vita, esattamente come il suo cuore. «Mamma… Ce l’ho fatta…» Se lo riportò nuovamente al cuore, nuove lacrime che le rigavano le guance. «L’ho purificato… Non torneremo più indietro… Mai più! Lo prometto!»

Con quella promessa, sentiva di aver davvero una seconda possibilità per fare del bene… O comunque, non troppo del male alla Galassia.

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