Capitolo 3
La nascita di una Jedi
Coruscant - 25 anni alla battaglia
Sollevò la spada laser appena in tempo per bloccare quella di Robin. Respinse la bambina usando la Forza, per poi attaccarla a sua volta. Avevano iniziato l’addestramento da poco meno di tre mesi, eppure Robin già se la cavava egregiamente. Eriaar era quasi certo che avesse ricevuto un qualche tipo di addestramento militare da dove veniva, ma ogni volta che chiedeva informazioni sul suo passato, Kai gli rispondeva che non era davvero importante. Esattamente come il Consiglio Jedi aveva sorvolato sulla sua provenienza, così doveva fare a sua volta, per assicurarsi la lealtà della sua Padawan.
Robin roteò la spada laser nella mano, illuminando il suo viso concentrato di un colore turchese intenso. I suoi occhi saettarono lungo la forma del suo Maestro, tentando di trovarvi un’apertura. Oltre ad essere capace nel combattimento, la sua connessione con la Forza era davvero straordinaria! Era una manipolatrice esperta e batterla non era così facile. Eriaar era particolarmente orgoglioso della sua Padawan. Robin cominciò una serie di attacchi veloci e precisi, a cui il Jedi rispose prontamente. La sua difesa, purtroppo, non era altrettanto buona come l’attacco. Spesso, dopo aver avuto quegli scatti d’energia, tendeva ad abbassare la guardia e per il suo Maestro era semplice usare la Forza per disarmarla. La Forza la spinse a terra ed Eriaar le puntò le due spade laser al collo.
Robin abbassò il capo, sconfitta. «Sei troppo forte, Maestro.»
Eriaar rise, spense le spade laser e si sedette di fianco a lei, passandole la sua. «Hai solo dieci anni, Robin, non puoi pretendere di essere al livello di un Maestro Jedi.» Poi, però, le accarezzò il capo. «Non buttarti giù, Robin, sei molto più avanti della maggior parte degli altri Padawan.»
«Davvero?!»
Stava per risponderle, quando la Forza lo avvisò dell’arrivo di due persone. Si voltò proprio nel momento in cui le porte si aprirono scorrendo. Il Maestro Kai-Dar Vantos e il suo giovane Padawan Naitsirk Jenson fecero il loro ingresso. Eriaar si alzò, imitato immediatamente da Robin, che si nascose dietro di lui, lanciando occhiatacce a Naitsirk, che, per tutta risposta, le sorrise e la salutò con la mano. La sua Padawan sembrava pronta a sguainare la sua spada laser per dargli una bella lezione, quindi Eriaar si frappose fisicamente fra i due, bloccandole la vista del suo acerrimo nemico. Secondo la profezia quei due, alla fine, avrebbero creato una vita insieme… A vederli in quel momento, Eriaar si chiedeva se la Forza non avesse visto male.
Allontanò quel pensiero e si rivolse a Kai. «Maestro Kai, cosa possiamo fare per te e il tuo Padawan?»
Kai tentò di sbirciare dietro la sua schiena, ma Eriaar si limitò a schermare Robin ancora di più. «Il Consiglio Jedi ci ha dato una missione. Ci sono stati dei… Disguidi politici sul pianeta Nydrion. A quanto pare la popolazione locale ha richiesto l’intervento dei Jedi.»
«È una missione diplomatica?»
Il Jedi scosse il capo. «Lo sarebbe stato, se le due fazioni non si fossero distrutte a vicenda. I pochi sopravvissuti hanno bisogno di aiuto per prevenire altri confronti.» Indicò Robin alle sue spalle. «I Padawan vengono con noi, potrebbero imparare qualcosa e fare amicizia.»
Eriaar chiuse gli occhi e annuì, lentamente. «Va bene, se è la decisione del Consiglio, così sia.»
Il gruppo s’incamminò verso gli hangar. Eriaar continuò a spostarsi, tenendo ben distanti Robin e Naitsirk, che continuava a tentare di avvicinarsi alla sua giovane Padawan. Dovette più volte mordersi la lingua: Naitsirk era responsabilità di Kai… Che, chiaramente, se ne stava lavando le mani. Apprezzava la sua calma, ma a volte gli sembrava fin troppo distante ed incurante di ciò che avveniva intorno a lui. Cercò anche di farlo intervenire, ma la risposta fu esattamente quella che si aspettava: una scrollata di spalle, un sorriso gentile e un lasciali fare, sono ragazzi.
Arrivato agli hangar era pronto a strozzare con la Forza sia Naitsirk che Kai, ma la sua attenzione fu attirata da un altro Jedi, in piedi di fronte alla nave di Kai, in attesa del gruppo: il Maestro Thal Marun si avvicinò a loro e salutò i Jedi con un inchino. Era raro che Thal uscisse dal Tempio Jedi. Era il più grande conoscitore del lato oscuro della Forza e faceva parte del Consiglio Jedi da una ventina d’anni ormai. Nonostante il suo viso costantemente scuro e la sua enorme stazza, era un Jedi bianco e dall’animo particolarmente gentile. Era un Jedi dall’intelligenza acuta e veloce. Parlava poco, ma quando lo faceva pendevano tutti dalle sue labbra. Le poche missioni a cui aveva partecipato erano diventate leggende e i pochi Padawan, che aveva addestrato nel corso della sua vita, erano annoverati tutti fra i più potenti manipolatori della Forza.
Bastò una sola occhiata di Thal, per far finalmente calmare Naitsirk, che affiancò Kai, il capo basso. «Mi spiace aver interrotto il vostro allenamento, Maestro Eriaar.»
Eriaar scosse il capo. «Assolutamente, Maestro Thal, io e Robin siamo felici di aiutare.»
«Sarei stata più felice se lui non si fosse unito a noi.»
Brontolò sotto i denti Robin. Naitsirk, avendola sentita, si sporse leggermente in avanti e le sorrise. La sua Padawan sbuffò sonoramente e tornò a guardare avanti. Il fantasma di un sorriso apparve sulle labbra di Thal, che poi si fece da parte, per lasciar passare Kai ed Eriaar. Salirono sulla loro nave e i due Jedi si misero al volante. Kai ed Eriaar erano spesso in missione insieme. Nonostante non fossero più Maestro e Padawan, erano un’ottima squadra e le loro abilità si intrecciavano bene in battaglia o in caso di bisogno.
Eriaar aveva lavorato molto sulle sue abilità, anche in segreto, quando necessario. Il Consiglio Jedi sapeva che lui era originario di Dathomir, ma sapeva anche che erano stati restii a permettergli di studiare fra di loro. I suoi poteri erano spesso legati al lato oscuro, ma alcune abilità, come il Vincolo Psichico, la Proiezione Spiritica ed il Teletrasporto Spirituale, erano usate anche da alcuni Jedi, sia grigi che bianchi. Non c'era alcuna ragione, quindi, per non imparare a controllare quelle sue abilità, incise a fuoco nel suo corredo genetico di Fratello della Notte… Era ben diverso per abilità come la Necromanzia, la Manipolazione dell’Ichòr, l’Illusione Oscura e l’Evocazione Oscura. Kai non faceva problemi. Mentre erano in missione, spesso gli permetteva di usare varie abilità uniche a lui. L’avrebbe sempre coperto, a patto che avesse usato quelle abilità solo per fare del bene.
Eriaar lanciò un’occhiata al Maestro Thal: se c’era qualcuno che non doveva sapere delle sue abilità, quello era proprio Thal. La sua conoscenza del lato oscuro l’aveva portato a temere le abilità oscure e chiunque ne facesse uso. Guardava storto anche i Jedi grigi che le sfruttavano. Una fortuna che Eriaar avesse lavorato sodo per nascondere i suoi progressi, anche a Kai. A volte, detestava ammetterlo, ma non si fidava totalmente del suo vecchio Maestro. Quando la sua calma piatta non gli dava su i nervi, gli metteva i brividi. Senza parlare che praticamente tutti i Jedi del Consiglio portavano su di loro strascichi invisibili dell’abilità di Risonanza Psichica, di cui Kai, guarda a caso, era il miglior manipolatore. Ora che era più grande, e molto più potente, inutile mentire, si accorgeva di quanto tendesse a tenere alte le sue barriere mentali, quando era vicino a Kai. Lo aveva sempre fatto, fin dal loro primo incontro su Dathomir, e non aveva mai smesso. Qualcosa gli diceva che Kai usava la Risonanza Psichica su chiunque nutrisse dei dubbi sulla sua natura. D’altro canto, però, non aveva mai fatto del male a nessuno, quindi forse lo faceva in buona fede, perché, semplicemente, non sapeva come comportarsi diversamente.
Sobbalzò, sentendo una mano tirargli la manica. «Maestro, tutto bene?»
Sorrise a Robin e le diede poggiò la mano sul capo. «Sì, ora, da brava, va’ a sederti, fra poco partiamo.»
Naitsirk spuntò alle sue spalle, spaventando entrambi. «Vieni, Robin! Siediti vicino a me…»
La sua Padawan, stufa di quel comportamento, lo afferrò per i baveri della tunica e lo sollevò da terra, portandolo a due centimetri dal suo viso. «Se non mi stai alla larga, ti lancio fuori dalla nave appena entriamo nell’iperspazio, sono stata chiara, Jenson?»
«Cristallina!»
Robin lo liberò, sbuffando e uscendo dalla cabina di pilotaggio. Naitsirk si rialzò, si spazzolò le vesti, salutò i Maestri, poi seguì ridendo la sua Padawan. Non gli restava che pregare che arrivassero entrambi sani e salvi su Nydrion.
Nydrion - 25 anni alla battaglia
La nave atterrò morbidamente sul suolo ghiacciato. C’era una tempesta in corso, ma grazie all’abilità di Eco della Forza di Kai, riuscirono ad individuare i pochi superstiti. I Maestri raggiunsero i due Padawan, che, fortunatamente, erano ancora vivi. Robin era riuscita a non scannare vivo Naitsirk. Le fece un sorriso incoraggiante, poi si sedettero in cerchio, intorno all’HoloCube, che proiettò l’immagine di una bambina. Sembrava poco più grande di Robin.
Eriaar inarcò un sopracciglio. «Maestro Thal, chi stiamo guardando?»
Thal schioccò la lingua, chiaramente irritato. «Maestro Kai, ti avevo detto di aggiornare il Maestro Eriaar.»
«È quello che ho fatto.»
«E come al solito hai deciso di modificare la storia a tuo piacimento, immagino.» Il sorriso che Kai rivolse a Thal fu glaciale, ma il Jedi, senza spostare il suo sguardo minaccioso, si rivolse ad Eriaar. «Il pianeta Nydrion è abitato da una piccola comunità pacifica. Hanno una relazione complessa con la Forza. Sono nati tanti Jedi capaci su questo pianeta, ma altrettanto pericolosi Sith hanno le loro radici qui. Ora, cos’è successo, tanto da spingerli a chiedere l’intervento di noi Jedi, vi starete chiedendo?» A questo punto, indicò l’immagine della bambina. «Lei è Nephyl Darkwood, la Forza è particolarmente potente in lei e pochi mesi fa c’è stato un incidente. Alcuni ragazzini più grandi l’avevano presa di mira e lei ha perso il controllo sui suoi poteri. Uno di loro è morto, gli altri sono tutt’ora gravemente feriti. Nonostante fossero tutti d’accordo che si fosse trattato di legittima difesa, molti abitanti erano rimasti spaventati dai suoi poteri e l’hanno esiliata. La ragazzina ha solo undici anni ed ora è lì fuori, in questa tormenta. I suoi genitori ci hanno contattato per trovarla e portarla al sicuro su Coruscant. Diventerà la mia Padawan.»
Eriaar guardò Kai. «Hai percepito altre forme di vita oltre ai confini di questo villaggio?»
Kai scosse lentamente il capo. «No, ma la tempesta di neve potrebbe aver diminuito il raggio d’azione della mia tecnica.»
Elementi come neve e acqua potevano effettivamente far rimbalzare l’energia e nascondere la presenza di vita umana, anche ad un Jedi esperto come Kai. Un’abilità più potente, forse, avrebbe potuto superare questa barriera. Robin era particolarmente abile nell’abilità Eco della Forza e stava lentamente sviluppando anche l’abilità Occhio della Galassia, che altro non era che un’estensione più potente di Eco della Forza. Per usarla, però, aveva bisogno di conoscere l’impronta energetica della ragazzina nella Forza.
Se c’era anche solo una possibilità di trovarla viva, valeva la pena tentare. Thal si ritrovò d’accordo con il piano di Eriaar e il gruppo scese dalla nave. Il vento era talmente forte da costringere Robin ad usare la Forza per tenersi ancorata a terra. La temperatura era davvero gelida. Sentiva le ossa congelarsi ad ogni passo che prendeva sempre un po’ di più. Non si vedeva ad un palmo dal naso, ma Kai era previdente: si erano legati tutti insieme, lui era in testa, e li stava guidando verso l’enorme edificio fatto interamente di ghiaccio e neve. Non dovettero nemmeno bussare, perché i portoni si spalancarono davanti a loro. Delle mani afferrarono i Jedi e li tirarono dentro, al sicuro dalla tormenta di neve.
Non avrebbe mai detto che dentro un edificio fatto in ghiaccio e neve potesse effettivamente fare caldo, ma rispetto alla temperatura esterna, lì si stava decisamente bene. Il cambio di temperatura improvviso gli aveva appannato la vista, quindi ci mise un po’ a mettere a fuoco le facce dei loro salvatori. Si voltò immediatamente verso Robin, per accertarsi che stesse bene, e la trovò infreddolita, con le labbra blu, che lo guardava, chiedendogli con lo sguardo il motivo di quella missione suicida. Eriaar le fece cenno di avvicinarsi e la sua Padawan, normalmente distante ed intoccabile, gli si incollò addosso, tentando di scaldarsi. Rise e prese a strofinarle con vigore le braccia, allontanando il gelo da lei.
Pochi minuti dopo, arrivarono i rinforzi con delle coperte e bevande calde. Fra loro c’erano i genitori della ragazzina. Raccontarono nuovamente l’incidente, la discussione che ne era seguita e l’esilio forzato della loro unica figlia. Comprendevano la paura dei loro concittadini, ma esiliare una bambina era una condanna a morte certa, soprattutto su quel pianeta ostile. Oltre alle temperature estremamente basse, c’erano creature mostruose che si cibavano di carne umana. Eriaar lanciò uno sguardo a Kai, che però scosse il capo: la tempesta di neve aveva diminuito il raggio d’azione dell’Eco della Forza in maniera davvero pericolosa. Era fin troppo rischioso incamminarsi in territorio ostile in quelle condizioni. La tempesta, d’altro canto, avrebbe potuto proseguire per giorni interi e se erano sfortunati, anche per mesi. La ragazzina era stata esiliata pochi giorni prima, era nata su Nydrion, quindi c’erano buone possibilità che fosse ancora viva… A meno che non fosse già stata sbranata da un animale.
Dovevano trovarla! E alla svelta! Spiegò ai due genitori ciò di cui avesse bisogno Robin, poi prese la sua Padawan e si allontanò da tutti. Robin non aveva mai tentato di usare l’Occhio della Galassia e farlo in quella situazione, sentendo la pressione sulle sue spalle, poteva portarla al fallimento. Doveva parlarle con calma, sapere se volesse fare un tentativo o se preferisse lasciar fare al suo Maestro, che sicuramente si sarebbe fatto venire in mente qualcosa.
Robin, però, scosse il capo. «Posso farlo, Maestro! Fidati di me!»
Eriaar sorrise e le poggiò una mano sulla spalla. «Mi fiderò sempre di te, Robin. Qualsiasi cosa accada, sono molto fiero di te.»
La sua Padawan annuì, gli occhi che le brillavano dal desiderio di mettersi alla prova. Tornarono dal gruppo, proprio nel momento in cui i genitori della ragazzina tendevano una collana al Maestro Thal. Robin se la fece consegnare e si sedette a gambe incrociate. Chiuse gli occhi e si concentrò. La Forza cominciò a roteare intorno a lei, che lentamente si sollevò da terra, il ciondolo della ragazzina stretto in pugno. Fece esattamente come le aveva insegnato: si concentrò sulla flebile impronta energetica della proprietaria dell’oggetto; più veniva usato e più era nitida la traccia. In quel caso, i genitori avevano scelto bene: il ciondolo era uno dei preferiti della figlia.
Robin, nonostante stesse tremando per lo sforzo, riaprì gli occhi all’improvviso. «Trovata!»
Nephyl s’infilò nella stretta apertura della fredda roccia appena in tempo. Faticava a muovere i muscoli e le ossa sembravano fatte di cristallo, pronte ad andare in frantumi alla minima pressione. Strisciò in avanti, lacerandosi le vesti e ferendosi la pelle, ma non demorse: stare all’aperto in quella tormenta di neve l’avrebbe uccisa. Fortunatamente, il cunicolo si aprì presto in una caverna più grande. Si spinse fuori con troppa forza e rotolò giù per due metri, prima di atterrare con un tonfo sordo sulla schiena. Il colpo le tolse il respiro dai polmoni per qualche secondo, ma accolse il dolore con piacere: significava essere ancora in vita.
Si tirò a sedere con attenzione: faceva freddo anche lì dentro e i suoi abiti martoriati non aiutavano. Doveva accendere un fuoco! C’era il rischio di attirare qualche animale selvatico, ma l’alternativa era morire assiderata. Si assicurò di avere tutte le ossa al proprio posto e si tirò in piedi. Era buio pesto e la pressione premeva in modo doloroso sulle sue orecchie. Cercò con le mani la parete da cui era caduta e la seguì: c’era il rischio che ci fossero altri burroni e lei non aveva intenzione di cadere nelle profondità del pianeta… Non sarebbe morta così.
È stata tutta colpa loro! Se non mi avessero infastidita, io non avrei perso il controllo!
Si asciugò le lacrime con rabbia, tentando di concentrarsi su ciò che stava facendo, ovvero non cadere verso la morte. Poggiò male il peso su un piede e scivolò a terra. Non poteva andare avanti così! Sollevò la mano e la mosse davanti ai suoi occhi, ma non vide nient’altro se non un nero avvolgente e spaventoso. Chiuse gli occhi e si concentrò, attingendo al suo potere. Una piccola fiammella blu si accese nel suo palmo. Nephyl scoppiò a piangere per il sollievo e si tirò a sedere. Amplificò i suoi poteri e la fiamma si fece più grande e viva, illuminando una caverna ampia e sicura. Sospirò di sollievo e si alzò, facendo tutto il giro del perimetro, cercando altri ingressi da cui sarebbero potuti sbucare animali selvatici, ma a parte per quello da cui era arrivata lei, non ce n’erano altri.
Trascinò i piedi fin dall’altra parte della caverna e si lasciò cadere a terra. Era esausta. Aveva freddo. Aveva anche fame. Si raggomitolò su sé stessa, gli occhi su quella piccola sporgenza. Creò un piccolo focolare davanti a lei e lasciò che le sue fiamme blu attecchissero: non erano fiamme normali, non avrebbero sciolto il ghiaccio, ma le avrebbero dato un po’ di calore e un po’ di luce. Il fiato continuava a condensarsi nell’istante stesso in cui le usciva dalle labbra, ma era già una temperatura che poteva sopportare.
Perché? Perché sono nata con questi stupidi poteri?!
Lacrime calde le rigarono le guance ghiacciate. I suoi genitori erano persone normalissime, quindi perché lei era così? Se lei fosse stata come tutti gli altri, probabilmente a quell’ora sarebbe stata invitata a mangiare insieme alla sua comunità. Quelli come lei non appartenevano a quel luogo. Se n’erano sempre andati tutti. La gente del suo villaggio era spaventata dalle creature come lei. Aveva visto il terrore negli occhi dei suoi genitori, quando a soli tre anni li aveva salvati da una slavina, bloccando la neve a pochi metri da loro. Si ricordava ancora le parole pronunciate da suo padre quel giorno: avrei preferito morire ucciso dalla neve, che crescere un abominio come te. Da allora l’avevano a malapena tollerata, ma che si schierassero contro di lei non le sarebbe mai passato per la mente! Era sempre la loro unica figlia! Possibile che non gliene importasse nulla?!
Il freddo e la stanchezza ebbero la meglio su di lei, che si addormentò, il capo poggiato sulle sue ginocchia, strette al petto. All’improvviso, nel buio della sua mente, una voce lontana iniziò a chiamarla e lei vide una luce. Aprendo gli occhi, si accorse che si trattava solo del suo fuoco magico. Stava ancora ardendo, nonostante lei si fosse addormentata. Sbuffò e fece per tornare a chiudere gli occhi, quando una strana sensazione non le disse di sollevare gli occhi. Nephyl cacciò un grido, attaccandosi alla parete alle sue spalle: ad una decina di metri di lei, in piedi a guardarla, c’era la figura di un giovane uomo. Era vestito in modo molto strano, non era uno dei loro, conosceva tutti gli uomini di Nydrion e lui non l’aveva mai visto.
Usò i suoi poteri per spezzare un enorme pezzo di ghiaccio dalla parete alle sue spalle, che, nel suo palmo, prese la forma di un pugnale affilato. «Chi sei?»
L’uomo sorrise, alzò le mani e si sedette a gambe incrociate. «Mi chiamo Eriaar Shehol. Sono un Maestro Jedi. Vengo da Coruscant.»
Un… Jedi?
Aveva sentito parlare dei Jedi, ma onestamente aveva sempre pensato che fossero solo una leggenda. Non ne aveva mai visto uno prima d’ora… E comunque, che diamine ci faceva su un pianeta desolato come Nydrion? Lanciò uno sguardo alla sua unica via di fuga, ma il Jedi la bloccava totalmente. Poteva anche pensare di tentare di aggirarlo, ma non era così sicura di poter evadere tanto facilmente. Tornò ad osservare Eriaar: era piuttosto basso per essere un adulto. Non sembrava essere nemmeno tanto pericoloso. La prima cosa che aveva fatto era stata sedersi, non di certo attaccarla.
Strinse la presa sulla sua arma di fortuna. «Che cosa vuoi da me?»
«Farti un’offerta.»
«Un’offerta?»
A quel punto, il Jedi si alzò, ma Nephyl non percepì alcun tipo di pericolo, quindi rimase ferma al suo posto, mentre Eriaar le si avvicinava. «Sai cos’è la Forza?» Scosse il capo e il Jedi le rivolse un sorriso gentile. «È l’energia che muove l’intero Universo. È presente in tutti gli esseri, viventi e non. Alcune persone, come te e me, nascono sensibili alla Forza. Senti mai una voce che ti dice cosa fare e quando farla?»
Nephyl annuì immediatamente. «Sì! La sento anche quando uso i miei poteri!»
«Quella è la Forza.» Le si sedette di fronte, a dividerli solo il suo flebile fuoco. «Io e i miei compagni siamo qui per portarti al sicuro. Coruscant ospita tante persone come te. Verrai addestrata dai Jedi più potenti della Galassia. Imparerai a controllare i tuoi poteri, in modo che un incidente del genere non possa più accadere.» A quel punto, le tese una mano. «Che ne dici? Vuoi venire con me?»
Nephyl non ci pensò due volte e afferrò la mano del Jedi. «Sì!» Si accorse subito della strana consistenza del corpo di Eriaar e della totale mancanza di calore. «Cosa…»
«Perdonami, non sono qui di persona.» Ridacchiò imbarazzato il Jedi. «Questa è solo una proiezione della mia anima. È un’abilità, si chiama Proiezione Spiritica.»
«Me la insegnerai?»
Eriaar rise e si alzò. «Non sono io che ti insegnerò le vie dei Jedi. Il tuo Maestro ti sta attendendo alla nave. È ora di tornare, Nephyl.»
Fu così che si mise in cammino con lo spirito del Jedi a farle da guida. Dovette nuovamente strisciare nello stretto anfratto e affrontare la tempesta di neve. Eriaar le insegnò come circondarsi nella Forza, in modo da non sentire il vento e il freddo. Prese un sospiro di sollievo, quando la temperatura intorno a lei iniziò a salire lentamente. Si sarebbe risparmiata un bel po’ di geloni, se avesse conosciuto prima quel trucchetto. Venne anche fuori che non si era allontanata molto dal suo villaggio. Con la tempesta a sferzarla, era sicura di aver fatto almeno una ventina di chilometri, invece a malapena sfiorava gli otto. Mise su il broncio e il Jedi le diede delle giocose pacche sulla testa. Tentò di prenderlo in giro sulla sua altezza, ma Eriaar si limitò a darle ragione e a scherzare sul fatto che quando era piccolo non avesse avuto molto da mangiare. Nephyl si sentì in colpa all’istante, ma i modi giocosi e divertenti di Eriaar la misero a suo agio. La tenne distratta per tutto il viaggio di ritorno, inciampando sui suoi passi e dimostrandosi una vera calamità di sventure. Se c’era una lastra di ghiaccio, era certo che lui la prendesse. La sua presenza le fece dimenticare il freddo, la tormenta e il tradimento da parte della sua famiglia.
… Almeno finché il suo villaggio non apparve all’orizzonte. La Casa di Ghiaccio dove era nata e cresciuta ora le sembrava più ostile dell’ambiente intorno a lei. Le sue spalle s’incurvarono, vedendo i suoi genitori al fianco di altri due uomini. Abbassò lo sguardo, incapace di affrontarli: lei aveva fatto del male a dei suoi coetanei, ma l’aveva fatto per difendersi, mentre loro l’avevano tradita.
Decise di concentrarsi sugli altri estranei: erano vestiti in modo simile ad Eriaar, con quelle lunghe tonache, che sicuramente non proteggevano un granché dalle temperature ghiacciate di Nydrion. Uno dei due era un uomo giovane e Nephyl percepì qualcosa di molto particolare, ma solo guardandogli i piedi comprese cosa fosse: intorno a lui, la tempesta sembrava non esistere, come se fosse circondato da una barriera, decisamente più grande della sua. Il sorriso che le rivolse le mise i brividi ed istintivamente si nascose leggermente dietro ad Eriaar. Un formicolio alla base del cranio l’avvisò che qualcuno stava tentando di penetrare le sue difese ed immediatamente le rinforzò. Il sorriso del Jedi, a quel punto, divenne gelido e lei afferrò la manica della tunica di Eriaar.
«Calma.» Sussurrò il Jedi. «Continua a tenere alte le tue barriere mentali. Non ti farà del male. Il Maestro Kai-Dar Vantos ha la brutta abitudine di voler piacere a tutti e di modificarne i sentimenti nel caso gli siano avversi, ma non è cattivo.»
Modifica i sentimenti delle persone? Non mi sembra una cosa da Jedi…
Non avrebbe osato porre la domanda ad alta voce, comunque. Lei non ne sapeva davvero nulla di Jedi e delle loro regole. Si limitò a fare come le aveva suggerito Eriaar e tenne le sue barriere mentali alte e pronte a difenderla da qualsiasi attacco. Spostò lo sguardo sull’altro Jedi. Era un uomo di mezz’età. I suoi capelli erano ormai bianchi e aveva una barba ben curata, che gli dava l’aspetto di uno studioso. Il suo volto era scuro, ma preferiva quello che non la falsa cordialità del Maestro Kai-Dar Vantos.
Fu in quel momento che il Jedi davanti a lei, che ancora la schermava da Kai-Dar, si fece etereo, per poi scomparire nel nulla. Nephyl rimase a bocca aperta, muovendo la mano nell’aria di fronte a sé, come ad assicurarsi che non fosse semplicemente diventato invisibile. Poi, il suono di passi sul metallo attirò la sua attenzione verso la nave. Eriaar, che fino a pochi secondi fa era stato davanti a lei, ora stava scendendo lungo il ponte di sbarco. Lo seguivano due ragazzini, più o meno della stessa età: una ragazza e un ragazzo. Eriaar poggiò una mano sulla spalla della ragazzina, che drizzò la schiena, orgogliosa.
Notò il Jedi più anziano farle cenno di avvicinarsi e così fece. Chiuse la distanza che la separava dai suoi genitori, ma continuò ad evitare di guardarli e si concentrò sull’uomo davanti a lei. Si presentò come Thal Marun. Era un Maestro Jedi… Il suo Maestro Jedi, se lei avesse accettato di seguirli.
Lanciò un’occhiata furtiva ai suoi genitori. «Loro non li vedrò mai più, vero?»
Thal confermò con un cenno. «Queste sono le regole Jedi… Mi dispiace…»
«A me no.» Anzi, era un vero e proprio sollievo. «È a causa loro che sono stata esiliata. Temono i miei poteri… Temono me.»
«Ma ti hanno salvato la vita.» S’intromise la ragazzina. «Sono stati loro a chiamarci. Vero, Maestro?»
Eriaar sospirò, poi le si avvicinò e le poggiò una mano sulla spalla. «La Forza ti ha scelta, Nephyl, e a volte le sue decisioni possono non piacere a tutti. I nostri poteri ci distinguono e spesso sono oggetto di odio e timore, ma non devi farti consumare da questi sentimenti. È ora di lasciare andare il passato. Saluta i tuoi genitori come si conviene e non avrai rimorsi nel seguirci.»
Nephyl guardò i suoi genitori: avevano davvero chiamato i Jedi per salvarla? Sua madre aveva le lacrime agli occhi, mentre suo padre stava tentando di guardare qualsiasi cosa, se non lei. Sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla e sollevò lo sguardo negli occhi gentili del Maestro Thal. Prese un respiro profondo: se era ciò che doveva fare per essere portata al sicuro, allora l'avrebbe fatto.
Fece un passo verso i suoi genitori e chinò il capo. «Vi ringrazio per ciò che avete fatto per me, ma ora è tempo di continuare per la mia strada. Questo è un addio.»
Sua madre tentò di parlare, ma suo padre le avvolse le spalle e la portò via. Nessuno dei due si voltò più indietro e sicuramente non lo fece Nephyl. Sollevò lo sguardo su Thal e gli fece un timido sorriso. Il suo Maestro le poggiò una mano fra le scapole, spingendola gentilmente verso la nave. Il gruppo salì il ponte di sbarco, a chiudere la fila Eriaar e Kai-Dar. Era concentrata a guardare Eriaar, quindi quando una testa rossa comparve all’improvviso davanti ai suoi occhi, si prese un colpo e balzò all’indietro.
La ragazzina piegò il capo da un lato, poi le tese una mano. «Mi chiamo Robin Serijala!»
Sentì la Forza sussurrarle qualcosa e il suo corpo si mosse di sua spontanea volontà, stringendole la mano tesa. «Io sono Nephyl.»
C’era qualcosa che le connetteva, ma non comprendeva bene cosa fosse. Percepiva la stessa cosa con il Maestro Eriaar, qualcosa che mancava sia a Thal che a Kai-Dar. A spezzare il flusso dei suoi pensieri ci pensò l’altro ragazzino, che le poggiò le mani sulle spalle. Il suo sorriso aveva qualcosa di irritante e la sua faccia sembrava gridare picchiami.
Sentì Robin sbuffare. «Lui è Naitsirk Jenson… Ma non farci troppo caso! Ti siedi vicino a me?»
«Certo!»
Robin l’accompagnò ad un divano. Le due presero posto e la ragazzina schiacciò un pulsante. Uno scompartimento si aprì da sotto i loro piedi e un tavolino rotondo apparve davanti alle due. Robin le sventolò un mazzo di carte davanti agli occhi e Nephyl rise: stare con i Jedi non sarebbe stato così difficile, dopotutto. Nephyl percepì i motori della nave accendersi e cominciare a scaldarsi. Eriaar era scomparso nella cabina di pilotaggio, mentre Naitsirk gravitava intorno a loro, dando consigli non richiesti, beccandosi l’irritazione delle due ragazzine. All’improvviso, percepì un vuoto d’aria alla bocca dello stomaco: si erano sollevati da terra. Le prese leggermente il panico: era la prima volta che volava e non sapeva proprio cosa aspettarsi.
Le porte della cabina di pilotaggio si aprirono ed Eriaar tornò nella sala principale. Ordinò a Naitsirk di sedersi al suo posto e a Robin di mettere via il gioco. Lui si inginocchiò di fronte a loro, premendo il pulsante per far rientrare nel suo letto il tavolino. Chiese a Robin se avesse bisogno di una mano per allacciarsi le cinture, ma lei gli mostrò di averlo già fatto, con molto orgoglio. Il Maestro Jedi si voltò verso Naitsirk, già assicurato anche lui al sedile alle sue spalle. Nephyl osservò le cinture molle fra le sue mani.
«Nephyl…?» Sollevò lo sguardo negli occhi gentili di Eriaar. «Posso darti una mano?»
Lei annuì e gli porse le cinture. Eriaar, con movimenti esperti, la assicurò al sedile, poi le poggiò una mano sulla testa, facendole un sorriso gentile, e si rialzò. Disse loro di rimanere seduti fino all’ingresso nell’iperspazio, poi se ne tornò in cabina di pilotaggio.
Robin sollevò una mano. «La prima volta fa un po’ paura, vuoi tenermi la mano?»
Non disse niente: si limitò ad allacciare le dita a quelle della ragazzina e a stringere la presa. Non l’avrebbe mai ammesso, ma stava tremando dalla paura. Chiuse gli occhi e percepì lo spazio-tempo curvarsi intorno alla nave, che, all’improvviso, subì un’istantanea ed improvvisa accelerazione. Quando riaprì gli occhi, vide Robin slacciarle le cinture. Scese dal divano e le tese una mano. Nephyl la riprese e la ragazzina la portò alla grande finestra e il fiato le si mozzò in gola: la nave era circondata da linee di luce, che illuminavano gli interni di mille colori. Non aveva mai visto scenario più bello. Era cresciuta su un pianeta ghiacciato, aveva vissuto circondata solo da neve, freddo e ghiaccio. Per la maggior parte del tempo, il cielo rimaneva coperto da dense nubi temporalesche, quindi non aveva mai scorto più di un piccolo lembo di cielo notturno.
Sì… Questa è la mia strada! Me lo sento!

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